L'impressione a ...caldo

Hai presente quando dai la mano a qualcuno per la prima volta?
Pochi istanti, eppure ci facciamo un idea dell'altro.
Sicuro di sé, pieno di sé, insicuro, timido, accessibile, disponibile, distante, freddo, gentile.


 Ci facciamo un idea dell'altro davvero in fretta, ed anche l'altro si fa la sua idea su di noi.


E' un eredità della nostra evoluzione, in quanto la percezione dell'altro determina la nostra sopravvivenza.
Proprio come gli animali, dobbiamo subito capire se chi ci è di fronte è amico o nemico, e se è disposto a mettere in atto le sue intenzioni.

D'altronde l'usanza stessa di stringere il braccio, ai giorni d'oggi la mano, è nata nell'antichità per confermare che non si avessero coltelli nascosti nella manica.



La percezione sociale pare dovuta principalmente a due elementi universali:
calore si riferisce all'intenzione percepita nonché simpatia, disponibilità, sincerità, serietà e moralità;
competenza riflette tratti legati alla capacità percepita, compresa l'intelligenza, abilità, creatività ed efficacia.

Susan T. Fiske, Amy J.C. Cuddy e Peter Glick  mettono in relazione queste due dimensioni, il calore e la competenza, da cui discendono 4 emozioni, reazioni affettive e comportamentali.

Il calore ci fa sentire accolti e rispettati, crea legame e piacere reciproco.
Una persona fredda ha più difficoltà a guadagnarsi la simpatia degli altri e magari neanche gli interessa.
Una persona fredda solitamente si tiene più separata, distaccata dagli altri, dando l'impressione di sentirsi superiore (magari sì, magari è semplicemente timidezza, stanchezza momentanea, etc)

Chi si sente tenuto a distanza, automaticamente diminuisce la sua fiducia e disponibilità nei confronti dell'altro.
Restiamo "in guardia" tanto per ritornare al patrimonio evoluzionista.


Persone percepite competenti e calde determinano emozioni positive.
Persone percepite incompetenti e fredde determinano emozioni negative.

Ma cosa succede se una persona è percepita calda ma incompetente?
Oppure competente ma fredda?



Fatto n° 1. Siamo più sensibili al calore che alla competenza.

Puoi essere competente, ma se sei freddo, non mi fido.

  1. caldi/competenti suscitano ammirazione e un comportamento di agevolazione (aiuto o cooperazione); 
  2. freddi/incompetenti suscitano disprezzo e un comportamento di attivo (violenza) o passivo (rifiuto);
  3. caldi/incompetenti suscitano pietà, con possibili conseguenti comportamenti sia all'aiuto che al rifiuto. La pietà è anche il sentimento  più "accettabile" di chi  è incapace di apprezzare, ammettere la competenza dell'altro; 
  4. freddi/competenti: suscitano un atteggiamento conflittuale. Se da un lato infatti possiamo coglierne la competenza, comunque li percepiamo non amichevoli, ostili e con ostilità li ripaghiamo, attraverso l' invidia.
Mie riflessioni:
ostili, "pericolosi" in quanto più competenti di noi? Più in grado di sopravvivere rispetto a noi?
Ma anche un incompetente è pericoloso, solo che il nostro atteggiamento resta ambivalente, tra il voler comprendere e scusare la goffaggine e non fargliene una colpa, e l'essere arrabbiati per quella incapacità.
La competenza infatti la "imputiamo" alla persona, cioè se non è competente, non ci arriva, non è "colpa" sua.
Sto parlando ovviamente di percezioni, perché le competenze sono apprese, e anche il calore può esserlo se lo consideriamo come capacità di accoglienza, comprensione, disponibilità all'ascolto, apertura.

    Si può cambiare la prima impressione?
    Ce lo dice l'esperienza. 
    Possiamo fidarci istintivamente di qualcuno che poi ci tradisce o ci "pugnala" alle spalle, qualcuno che prima chiede gratis il nostro aiuto e poi si vende quello che si è preso, che promette e poi non mantiene, che si presenta come umile, gentile e disponibile poi si rivela come un lupo feroce.
    Idem per gatte morte.

    Può anche non cambiare, cioè negativa era e negativa resta,  quando un comportamento scortese, sgarbato e distante continua nel tempo, a conferma della freddezza di chi lo possiede. 

    Conseguenze sulla nostra vita.
    I due criteri sono validi sia per i singoli che per i gruppi.
    Al lavoro per esempio potemmo percepire il gruppo dei competenti come freddi, altezzosi, snob e altre parole con la esse.
    Il criterio influenza la leadership, o se volete, la possibilità che altri collaborino con voi, vi ignorino, o, addirittura, vi remino contro per nuocervi.

    Essere un leader, un punto di riferimento, un autorità riconosciuta magari anche molto competente, ma sola come su una fredda montagna.

    Traduzione nella libera professione: siete bravi ma da voi non ci viene nessuno.

    Esempio opposto: c'è quel dentista che è tanto simpatico, mi mette a mio agio e mi fa ridere. Però mi ha sbagliato tutti gli interventi. Magari me ne cerco uno nuovo, correndo il rischio di ridere meno, ma di continuarlo a fare con i miei denti.

    Non possiamo cambiare chi siamo, ma divenire consapevoli delle influenze, di come cambia l'atteggiamento degli altri e il nostro.
    Se continuiamo a  puntare i nostri sforzi sulla performance, potremo fare tutto bene e giusto e nei tempi, ma non risultare così, passatemi il termine, "vincenti" rispetto a una persona più sorridente e meno efficace.
    Meno competente, ma più cordiale.
    I nostri punti di forza a volte sono gli stessi di debolezza e viceversa.
    Esserne consapevoli ci consente di migliorarci lì dove crediamo sia utile per vivere meglio.
    Magari decidiamo di restare come siamo, senza più stare a interrogarci del perché l'altro si e io no.


    Qui dunque pongo la domanda:
    A cosa fai caso quando ti presenti a qualcuno, quando rispondi ad una domanda di lavoro?
    Quando parli di ciò che fai?
    Ovvio, ci sono anche alcuni di noi che, naturalmente, sono sia caldi che competenti.

    Io faccio una riflessione che ovviamente è mia e della mia vita, dove se sei una donna devi dimostrare di essere nel tuo ruolo per competenze e non per conoscenze, per la tua testa e non per le tue gambe (e le mie ammetto non sono tra i miei punti forti).

    Il razzismo nei confronti delle donne può essere bieco, come appunto quel meccanismo di invidia, dove ammetto la competenza ma l'altra mi spaventa per questo e la temo.

    Allora posso iniziare a sminuirla apertamente o con racconti inventati (aggressione passiva);
    posso motivare con stizza la freddezza di alcune donne perché non hanno compagnia maschile che le faccia "divertire";
    o ammettere che alcune meritano la carriera che hanno, perché poverine, son talmente brutte che altro non potevano fare.

    Non c'è cooperazione, ma competizione.

    Mors tua vita mea.
    Tu non attacchi io non lo faccio, ma se tu lo fai, io so difendermi.

    Non voglio suscitare pietà, ma l'invidia è forse meglio?
    Sono una voce con una significatività statistica pari a zero, ma sorridere è considerato ancora, per alcuni uomini, un invito.
    Non sei gentile, sei affamata.
    Non sei credibile ma stupida.

    Allora, ma questa è una mia scelta, visto che la gente mi giudica ed agisce di conseguenza, io resto in guardia, sorrido o forse digrigno i denti, pronta a difendermi, se dovesse servire.





    Se ti va, fammi sapere com'è per te.




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