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Arte come strada che riconduce a se

Sono tante le strade che riconducono a se.
Le strade sono lì pronte, siamo noi a percorrerle o lasciarle deserte, dirigendoci altrove.
Nel fare, nell’apparire.
Nella confusione, nell’intontimento, nel non pensare e non sentire.

Le vie dell’arte sono le corsie preferenziali che riconducono a se.
Ognuno ne ha una fin da piccolo.
La musica ad esempio, per alcuni bambini fin dalla culla. Altri hanno sperimentato col tatto lanciando pastine e pezzetti di lego sparse ovunque per verificarne l’effetto e il colore tutto intorno.
Altri ancora il movimento.
O spesso, in quanto bambini le usavamo tutti essendo al centro di noi, iniziando a conoscere i confini nostri e quelli di mamma, a sperimentare quella meravigliosa (e terrificante) esperienza del dipendere, del succhiare, del farci nutrire, richiedere cibo ed amore.

Crescendo dimentichiamo parti, sia quelle che ci davano piacere, e forse meno, quelle che ci hanno provocato dolore. Un abbraccio negato, anche solo uno sguardo negato, un volto distolto, un ascolto distratto. Così ci infliggiamo gli stessi dolori senza darci i piaceri.

Distogliamo lo sguardo da noi stessi, se non per una critica sempre pronta, e silenziamo la nostra voce interiore benevola, quella affettuosa e premurosa, che ci procura nutrimento buono.

E poi possiamo rincontrare la strada dell’arte, quella che riconduce a se. Al piacere.
Accade attraverso un quadro o una poesia, un libro o una melodia che ci risuonano dentro un richiamo antico.
Accade attraverso un laboratorio di creatività.

Riprendiamo quella strada. E restiamoci.