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Scegliere il proprio biglietto da visita

Il tuo biglietto da visita è parte della comunicazione di te stesso, del tuo stile oltre che del tuo lavoro, del tuo gusto personale, in breve il biglietto da visita è sicuramente parte del tuo brand personale.

Presenta te, sia quando lo porgi e anche dopo, quando resta nella mani della persona a cui l'hai consegnato.

Troppo spesso le persone mi parlano del loro biglietto da visita come un compito da sbrigare in fretta,
un piccolo particolare, dove spendere poco.
Poco di tutto: tempo, attenzione, costo.

Se il biglietto veicola il tuo valore, perché sprecare questa occasione per te?

E' vero che viviamo molto nel digitale, ma l'incontro è unico, e può farci sperimentare in pochi istanti attraverso i sensi, porta principale della nostra conoscenza del mondo.

Dunque la vista, ma anche il tatto, o nei casi più creativi, magari anche l'olfatto e il gusto, o l'udito, come nei biglietti di buon compleanno, quando li apri, c'è una piccola registrazione proprio per te.

Il mio invito è di investire sul biglietto da visita, affinché sia un piacere, un motivo di orgoglio, qualcosa che ti assomigli, che parli del tuo modo di fare, lavorare, condividere, e lo ricordi all'altro.

Se hai un logo, usalo, se non hai un titolo chiaro di ciò che fai,  CEO di me stesso è una scelta "coraggiosa".
Credo che quando Tom Peters ha detto "We are CEOs of our own companies: Me Inc." volesse usare una metafora, e non suggerire a ogni libero professionista di scrivere sul suo biglietto da visita, pagina facebook etc "ceo di me stesso".

Ovvero tu sei il responsabile, presidente, amministratore delegato e responsabile Marketing dell’azienda chiamata “Io Spa”, della tua reputazione e credibilità.

Ceo - che sta per Chief Executive Officer, equivale al nostro amministratore delegato.
Posso anche essere presidente di un associazione, ma personalmente, trovo più utile ed efficace chiarire cosa fai, cosa risolvi.

Non è compito assolutamente semplice per alcuni lavori soprattutto, perciò potresti usare entrambi i lati del biglietto per specificarne i contenuti, o per chi lavora spesso con l'estero, per la doppia lingua.

Assicurati che ci siano le informazioni necessarie per farti trovare: sito web, indirizzo fisico, cellulare, email, skype, twitter, non necessariamente tutti, ma quelli che servono a te.

Se stai per cambiare città, o indirizzo, butta via tutto ciò che non ti serve, o che per errore può farti dare informazioni obsolete per essere rintracciato.

Qualunque sia la tua scelta su cosa scrivere, il carattere, il colore, carta lucida o opaca, tutto l'insieme può aiutarti a veicolare valore, professionalità o all'opposto essere dozzinale.

Cosa vuoi per te?
Davvero, a volte si tratta di spendere pochissimi euro in più che fanno la differenza.

Se vuoi essere certo e sperimentare come funziona ciò che hai deciso, puoi stamparne qualche decina con il tuo pc, ma poi ricorda di finalizzare, magari raccogliendo i commenti dai tuoi amici.


L'invito è di essere anche, per quanto ti è possibile, speciale senza cadere nell'eccentricità, il che vuol dire evitare loghi pronti e pupazzetti inflazionati.



Un esempio?

L'idea di questo biglietto è la stessa, ma il come viene realizzata fa la differenza.


Ci sono tanti modi creativi, per riuscire, anche attraverso una forma, a dire, mostrare, far capire.


Ad esempio per chi come me dipinge, può far stampare vari soggetti, così anche porgere un bigliettino può essere un modo per far conoscere ciò che si fa.

Anche qui, le modalità di realizzazione possono essere molte, includendo le informazioni diverse a seconda dello scopo che ha il biglietto.



E per concludere, qualche idea creativa dal web



Sabato 13 Dicembre se vuoi sperimentare un modo creativo di pensare al tuo modo di presentarti, al tuo biglietto da visita ma anche trovare uno spazio per rilassarti, divertirti e metterti in gioco giocando, partecipa al laboratorio esperienziale di promozione personale PromozionARTi ©.

Inviami una mail per avere info.



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La qualità non si giudica sempre dai numeri

Ho cercato di spiegarmi la differenza dell'affluenza di due mostre in corso a Roma.


Escher (Leeuwarden, 17 giugno 1898 – Laren, 27 marzo 1972) al Chiostro del Bramante, 150 opere e
Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885 – Milano, 13 agosto 1961); Complesso del Vittoriano, 90 opere.

Iniziate ad Ottobre, a dieci giorni di distanza l'una dall'altra, dureranno 4 mesi entrambe.

Stesso prezzo o quasi, Escher costa un euro in più, e con Cartafreccia, che ovviamente non avevo con me, c'è la riduzione al Vittoriano.

Una claustrofobica, scura, di un artista ossessivo, illusioni ottiche, geometrie infinite, quasi esclusivamente in bianco e nero.
Gente stipata nelle sale basse e scure, fila di qualche ora fuori, più circa 40 minuti dopo aver comprato i biglietti.

C'è fila ogni volta che passo davanti al Chiostro del Bramante, io stessa ho rinunciato all'ingresso la prima volta, e la seconda ho accettato una fila di 30 minuti, ma oggi appunto avrei aspettato tre volte tanto.



Voglio andare da Sironi, e mi affretto dopo aver visto che fila c'è da Escher,  oggi è anche festa.

Mi accoglie il nulla.
Salgo gli scaloni del Vittoriano incredula, e mi preparo a godermi una mostra in compagnia di due americani per il primo pezzo e, solo verso la fine, altre due persone.

Spazio tutto per me, silenzio.
Opere dai colori intensi ed armoniosi, che ti prendono le budella e te le contorcono, con forme che escono fuori dalle tele e ti trascinano dentro, in quel tempo e in quella dimensione simbolica e non.

Materia, forma, sostanza, storia d'Italia e storia di un artista, di paesaggi reali e dell'anima.








Ecco, voglio ricordarmi che esistono vuoti incomprensibili, e folle che premiano le ossessioni.




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La necessità di conoscere i punti di debolezza

La scorsa settimana si è tenuto il laboratorio esperienziale di Personal Branding sulla swot analysis.
Ovvero punti di forza, debolezza, opportunità e minacce.
Il gruppo era ristretto, forse non è facile svelarsi davanti agli altri, riconoscere quello che dentro di noi ci macera i pensieri, e scoprire cose che magari non abbiamo mai visto.

Ma è un punto essenziale.
Se scopro, ad esempio, che il mio usare spesso parolacce tiene lontani ed offende alcuni clienti, posso stare più attenta.
Se, a fronte di risultati ineccepibili nel lavoro, sorrido poco (fu un feedback mai dimenticato da parte della mia CEO americana) e per questo vengo preferita ad altri meno efficaci che sorridono di più, che ci vuole? Sorriderò di più.

Premesso che non è comunque possibile piacere a tutti, ci sono persone che comunque che davanti ad un sorriso rispondono a brutto muso: che ca@@o ti ridi, magari puoi scoprire che per te sorridere di più è una liberazione, e rispecchia di più il tuo vero te.
Hai scelto nel tempo, per schemi familiari o sociali, di adottare un atteggiamento da piccolo professore (Eric Berne) e anche a te sta invero stretto.

E' un dolore ed un martirio sapere che c'è qualcosa che non funziona e non sapere cos'è.
L'errore semmai è credere che siamo noi che non andiamo bene, e non i nostri comportamenti, che sono modificabili.

Certo, molti di noi sono cresciuti con messaggi del tipo:
se fai così non mi piaci, non vai bene, non ti voglio più bene.

Ma è il messaggio che non andava dato così.
E' essenziale per genitori, insegnanti, capi saper comunicare su quali COMPORTAMENTI possono essere cambiati, per un vivere comune meno stressante, incluso quello di colui/colei che li mette in atto.

E' un compito ingrato, ricordo ad esempio un capo, bravo, ma aveva l'abitudine terribile di toccarsi nei pantaloni, come affetto da una incontenibile prurito.
Il gruppo che lavorava con lui, me inclusa era chi infastidito, chi offeso, chi distoglieva gli occhi.
Ad un certo punto si decise che la responsabile del personale doveva dirglielo.
Immagino sarà stato imbarazzante e dall'altro, ma non è meglio sapere?
Voi non vorreste sapere se, ad es. state parlando con del prezzemolo tra i denti?


Se vi state per tenere una lezione con i pantaloni lasciati aperti?
Ecco, guardate ai punti di debolezza così.
Qualcosa che può essere di imbarazzo e di intralcio, ma che può essere veramente semplice da mettere a posto e farci sentire a posto.


Invece no, siamo tanti bambini offesi, che si credono perfetti, e sono pronti a mettere il muso se qualcuno mette in dubbio l'assunto.

Altro esempio: a me non serve che il mio insegnante di disegno mi dica mi piace o non mi piace quello che hai fatto.
Infatti ho cambiato insegnante.
A me serve un insegnante che mi renda consapevole del processo, di cosa potevo fare di diverso, di cosa e dove ho sbagliato, così posso far meglio e raggiungere l'obiettivo che io desidero, ovvero poter disegnare. Ho bisogno di chi mi insegni a guardare, per poi decidere come proseguire, con il mio stile personale.

Se tutti mi dicono che sono brava e tutto è bellissimo e magnifico e sono contenti, e poi le persone non mi scelgono (per qualunque posizione lavorativa o relazionale) resto immobile, impotente.
Senza elementi che mi facciano capire se c'è qualcosa che potrei fare per essere scelta.

L'autostima non si regge sul sentirci perfetti e non metterci in discussione, se poi la realtà non conferma ciò che crediamo di essere, dare, veicolare, offrire.
Il primo passo è l'accettazione, comprendere che siamo anche così, o meglio, che abbiamo alcuni comportamenti che sono errati in alcune circostanze.
Come abiti.
Non è l'abito sbagliato in sé, ma indossare un costume da bagno in montagna è fuori luogo.
Le infradito di plastica vanno bene per colloquio in spiaggia, e i tacchi alti tra i sampietrini sarebbero molto scomodi anche per chi li  indossa.

Comunque per chi c'era il laboratorio è stato una chicca perché in effetti capita che siamo tanto spaventati di scoprire chissà cosa non va, ed invece scopriamo che c'è tanto in più che va.

Questo è il nostro compito. 
Farci illuminare la strada dal tanto che siamo, per vedere gli ostacoli che si frappongono a ciò che vorremmo raggiungere.

(ps. Sabato 13 Dicembre puoi unirti a noi nel laboratorio creativo esperienziale di Personal Branding PromozionaARTi © - clicca qui  per l'evento su Facebook)

Vi aspetto.
Paola


Utile per approfondire: la critica costruttiva come darla e riceverla
Il counseling: cosa c'è in te che va




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Dei talenti, di tronchi e coccodrilli

Ho incontrato Jodowrowsky, stavolta da vicino, molto vicino.

E' un esperienza intensa, profonda, di centratura e di riflessioni, per comprendere pezzi di vita sparsi, incontri, difficoltà superate, cambiamenti, navigazioni tra mondi passati e futuri.


Sono ancora in una bolla di parole nelle lingue che si compongono da sempre dentro di me, nell'abbraccio del fiume limpido di spagnolo,  Napoli sullo sfondo e New York mi brilla dentro.

Una chiesa sconsacrata ci contiene in tanti e mescola le voci, le storie  e le domande.

Tra le tante, gli chiedono: cos'è il talento?

"Se sono un tronco, non mi trasformo in coccodrillo neanche restando molti anni in acqua.
Ma devo capire qual'è il mio talento, se sono tronco o coccodrillo.
Il mondo è pieno di imitatori che non scoprono il proprio talento.
Devi incontrare la tua voce ed essere diverso da tutti.
Puoi esercitarti, ma il talento aggiunge l'anima alla tecnica."



Con l'augurio di scoprire il tuo vero talento, di non fingerti coccodrillo, di non piangere le sue lacrime, di apprezzare il tuo essere unico.
Di smettere di imitare.
Di incontrarti, di saperti ascoltare.





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Forza (punti di) e personal branding

Essere perfetti, forti, potenti, accelerare, potenziare,  migliorare.

Però se non ci chiediamo prima dove abbiamo davvero bisogno di migliorare, potremo ritrovarci a migliorare i nostri stessi difetti.

A volte forse è meglio togliere, come Michelangelo con le sue statue, non di aggiungere.


Di lasciare il peso, ridondanza, confusione, eccesso.
Inutili parole, inutili promesse, che sappiamo non abbiamo alcuna voglia di mantenere.

L'autostima cala, perché ci sentiamo falsi, perché l'immagine che creiamo per il fuori non ci corrisponde, e stride. Come se non ci fosse nulla di buono da mettere al sole, nulla di forte abbastanza da non poter essere mostrato, per non farci male, non essere traditi, copiati, imitati.

Timidezza, vergogna, insicurezza, non saper cosa fare, come farlo, aver voglia di esporsi e poi subito dopo nascondersi.
Voler essere riconosciuti e non farsi notare troppo. Farsi notare in negativo (le carezze negative).

Il personal branding si nutre di resistenze, a scoprire noi stessi per primi, per paura di non trovare nulla che possa piacerci o piacere.
Per paura di non essere scelti, di non aver nulla da dire.

Allora, che la forza sia con te.
Vieni a scoprire i tuoi punti di forza, a guardare cosa vuoi e puoi fare delle tue debolezze.


Quanto maggiore è l'integrazione della personalità dell'individuo, e quanto maggiore è quindi la limpidezza verso se stesso, tanto più grande è la sua forza. Il "conosci te stesso" resta uno dei comandamenti fondamentali, che mirano a creare la base della forza e della felicità dell'uomo.
Erich Fromm

Il tuo personal branding è il culmine di ciò che tu vuoi che sia e ciò che la gente dice che è.
(cit.)

Leggi anche:
I tuoi punti di forza (e la creatività) fanno la tua felicità
La lista dei punti di forza e di debolezza



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I tuoi punti di forza (e la creatività) fanno la tua felicità

Usa i tuoi punti di forza distintivi e le tue virtù al servizio di qualcosa di molto più grande di te.
Martin Seligman (2002)

Martin Seligman,  pioniere della psicologia positiva, attraverso studi scientifici ha scoperto che le persone più soddisfatte ed ottimiste sono coloro che hanno trovato e sfruttato la loro combinazione unica di "punti di forza distintivi o potenzialità (signature strenghts)".

Questa visione di felicità combina le virtù etiche di Confucio, Mencio e Aristotele con le moderne teorie psicologiche di motivazione.
Secondo Seligman  la felicità ha tre dimensioni che possono essere coltivate:
la vita piacevole, la bella vita, e la vita piena di significato (the Pleasant Life, the Good Life, and the Meaningful Life.)

 La vita piacevole si realizza se impariamo ad assaporare ed apprezzare i piaceri fondamentali come la compagnia, l'ambiente naturale e le nostre necessità fisiche.
Possiamo rimanere piacevolmente bloccati in questa fase o possiamo andare a vivere la buona vita, che si realizza attraverso la scoperta nostre virtù uniche e punti di forza, e utilizzandole in modo creativo per migliorare la nostra vita.

Secondo le teorie moderne sull'autostima, la vita è soddisfacente solo se si scopre il valore dentro di noi.
Uno dei modi migliori per scoprire questo valore è nutrire i nostri punti di forza nel contribuire alla felicità dei nostri simili.
Come conseguenza, si arriva alla a vita piena di significato, in cui troviamo un profondo senso di appagamento impiegando i nostri punti di forza per uno scopo più grande di noi

Seligman  concilia due visioni contrastanti di felicità umana, l'approccio individualistico, che sottolinea che dovremmo prenderci cura di noi stessi e coltivare i nostri punti di forza, e l'approccio altruistico, che tende a minimizzare l'individualità e sottolinea il sacrificio per uno scopo più grande.

 La buona notizia è che c'è un molte circostanze sono interne [...] sotto il tuo controllo volontario. Se decide di cambiarle (e nessuno di questi cambiamenti viene senza sforzo reale), il tuo livello di felicità è destinato ad aumentare durevolmente. (Seligman 2002) 
Nel suo studio della buona vita (coltivare i punti di forza e virtù) e il senso alla propria vita (sviluppo del significato e scopo), la psicologia positiva cerca di aiutare le persone ad acquisire le competenze per essere in grado di affrontare le cose della vita in modo sempre più pieno e in modi più profondi.

Seligman nel 1998, nel suo discorso di insediamento come presidente della American Psychological Association (APA)  ha dichiarato che gli psicologi hanno bisogno di studiare ciò che rende le persone felici!

Già Abraham Maslow, precursore di Seligman,  aveva richiamato l'attenzione alla psicologia umanistica sui punti di forza e le potenzialità umane, piuttosto che nevrosi e le patologie.

Gli studi di Seligman, Ed Diener e Mihaly Csiskzenmihalyi sugli effetti delle emozioni positive e il modo in cui esse riguardano la salute, le prestazioni e il grado di soddisfazione della vita.

Secondo questi loro studi  la felicità può essere insegnata e appresa.
Secondo Seligman, possiamo sperimentare tre tipi di felicità:
1) piacere e gratificazione,  2) realizzazione di punti di forza e  virtù e 3) significato e lo scopo.

La vita piacevole: passato, presente e futuro
Seligman fornisce un "kit" per raggiungere quella che chiama la vita piacevole consentendo alle persone di pensare in modo costruttivo al passato, acquisire l'ottimismo e la speranza per il futuro e, di conseguenza, ottenere una maggiore felicità nel presente.

Trattare con il passato
Seligman indica per la lotta contro l'infelicità con il passato è ciò che noi comunemente e curiosamente troviamo tra la saggezza dei secoli: la gratitudine e il perdono.
Mentre la società americana "ritiene è onesta, giusta e anche sano per esprimere la nostra rabbia", Seligman esalta la tendenza dell'Asia orientale per affrontare tranquillamente le situazioni difficili.
L'ottimismo per il futuro
Seligman raccomanda una prospettiva di speranza e di ottimismo.
 La felicità nel Presente
 Dopo aver fatto progressi con queste strategie per affrontare le emozioni negative del passato e la costruzione di speranza e di ottimismo per il futuro, Seligman raccomanda  di rompere l'abitudine, assaporando le esperienze con consapevolezza per aumentare la felicità nel presente.

Il ruolo delle Emozioni positive
Molti studi hanno dimostrato che le emozioni positive sono spesso accompagnate da circostanze fortunate (ad esempio, la vita più lunga, la salute, le reti sociali, ecc).
Ad esempio, uno studio ha osservato suore che avevano, per la maggior parte,  stili di vita praticamente identici;  le suore che esprimevano emozioni positive più intensamente e più frequentemente nel loro diario quotidiano sono sopravvissute a quelle suore che  non lo facevano.
Un altro studio ha utilizzato delle scuole superiori foto dell'annuario di donne per vedere se la massima espressione della felicità (sorriso), potrebbe anche essere usato come un indicatore di come sarebbero stati soddisfatti  20 anni più tardi. Quando intervistate, le persone  fotografate con genuini, sorrisi "Duchenne" avevano più probabilità di essere nella loro mezza età, sposati, con  famiglia e coinvolti in una vita sociale più ricca. In breve, le emozioni positive sono spesso abbinate a circostanze felici.
E mentre si potrebbe essere tentati di pensare che la felicità provoca emozioni positive, Seligman si chiede, invece, se le emozioni positive causano felicità.
Se sì, che cosa significa questo per la nostra vita e la nostra felicità?

 La buona vita
 INCORPORA  6 VIRTÙ & COLTIVA I 24 PUNTI DI FORZA



Le virtù e i punti di forza funzionano contro la sfortuna e contro i disturbi psicologici, e possono essere la chiave per costruire la resilienza (Seligman 2002).

Seligman chiarisce la differenza tra i talenti e punti di forza definendo punti di forza come tratti morali che possono essere sviluppati, appresi, e che richiedono sforzo.
I talenti tendono ad essere intrinseci e possono essere coltivati su ciò che esiste (ad es. il talento musicale).

Peterson indica le caratteristiche per riconoscere un punto di forza :

1. Senso di appartenenza e autenticità ("Questo sono il vero IO")
2. Sensazione di eccitazione quando lo usate, specie all'inizio
3. Rapida curva di apprendimento quando cominciate a metterlo in pratica
4. Continui apprendimenti nel modo di usarlo
5. Desiderio di agire in conformità con la forza
6. Sentimento di inevitabilità nell'uso della forza, come se non si potesse essere fermati dall’usarla
7. Scoperta di possedere la forza come un illuminazione
8. Rinvigorimento anzichè spossatezza quando la forza viene usata
9.  Creazione e perseguimento di progetti personali incentrati su di essa
10. Motivazione, Gioia, soddisfazione, entusiasmo, persino estasi mentre usate la forza.

Seligman vede l'esercizio sano e lo sviluppo dei punti di forza e virtù come chiave per la buona vita
La buona vita è un luogo di felicità, buoni rapporti e  lavoro, e da questo punto, Seligman incoraggia le persone ad andare oltre a cercare una vita significativa nella continua ricerca della felicità.
 L' emozione positiva alienata dall'esercizio di carattere conduce al vuoto, inautenticità, la depressione. Non ci sono scorciatoie per la felicità.

La vita piacevole potrebbe portare l'emozione più positiva alla propria vita, ma per favorire una più profonda felicità e più duratura, dobbiamo esplorare il regno del significato.
Senza l'applicazione dei propri punti di forza e lo sviluppo delle proprie virtù verso un fine più grande di se stessi, il proprio potenziale tende ad essere ridotto a una banale, inautentica, vuota ricerca del piacere.

Investire se stessi nel lavoro creativo crea un maggiore senso di senso della vita e di conseguenza, un maggior senso di felicità.


Riepilogando
La vita piacevole: una vita che persegue con successo le emozioni positive sul presente, passato e futuro.
 La buona vita: con i punti di forza significativi per ottenere gratificazione  (attraverso attività ci piace fare) nei principali ambiti della vostra vita.
La vita piena di significato: con i punti di forza significativi e virtù al servizio di qualcosa di molto più grande di quello che sei. (Seligman 2002).


traduzione ed adattamento di P Bonavolontà martin-seligman-positive-psychology


Sabato 29 Novembre Laboratorio creativo esperienziale sui tuoi punti di forza (e debolezza)
invia una mail qui per ricevere info





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E' tempo di scrivere ovvero della relazione tra il dormire e il creare

Secondo  Stephen King "Sia nella scrittura che nel dormire, impariamo ad essere fisicamente fermi e allo stesso tempo stiamo incoraggiando le nostre menti a sbloccare la monotonia del pensiero razionale della nostra vita quotidiana. "

Maria Popova -[ classe 1980- scrittrice bulgara, blogger e critica  vive a Brooklyn, New York, conosciuta per il suo  BrainPickings.org,] indaga la relazione tra le abitudini del sonno e la produttività nello scrivere di scrittori di successo.
E' stato sostenuto che il sonno sia la migliore (e più facile) afrodisiaco della creatività (Debbie Millman" e la scienza dice che ha un impatto tutto, dai nostri stati d'animo allo sviluppo del nostro cervello ad ogni nostro momento di veglia .
Maria ha girato le informazioni  alla designer italiana Giorgia Lupi e il suo team di Accurat -per farsi aiutare a creare la visualizzazione di fenomeni culturali apparentemente impossibili da quantificare.

Tra appunti sui tempi di sveglia scrittori, accumulati in anni a leggere biografie, interviste, riviste e altri materiali,  varie raccolte di diari e lettere, si sono trovati trentasette scrittori per i quali erano disponibili i tempi  di sveglia, attorno al quale hanno quantificato e visualizzato, la produttività letteraria di ogni autore, ovviamente includendo la durata della vita di ciascun autore.
Il lavoro è stato poi completato da Wendy MacNaughton - con un ritratto illustrato per ciascuno degli autori.

 Il risultato finale è questa visualizzazione della correlazione tra i tempi di sveglia scrittori, e la loro produttività letteraria, auree colorate a seconda di quali premi hanno vinto, una per ogni opere pubblicata, di colori diversi per genere.





Gli scrittori sono ordinati per ordine di sveglia, a cominciare di Balzac, insonne 01:00 e termina con bohemien di Bukowski, a mezzogiorno.

Conclude Maria avvertendo che ovviamente ci sono innumerevoli fattori che determinano la produzione creativa di uno scrittore, di cui il sonno è una sola - quindi  non si intende indicare qualsiasi direzione di causalità, solo mettere in evidenza alcune interessanti correlazioni: per esempio, il fatto che (con l'eccezione di valori anomali entrambi molto prolifici e premiati, come ad esempio  Bradbury e Re) i dormiglioni sembrano produrre più opere, ma vincere un minor numero di premi rispetto ai mattinieri.
Il punto più importante è, forse, uno:
Non ci sono garanzie di routine per il successo, e l'unica cosa che conta è avere una routine e la persistenza.
Mostrarsi giorno dopo giorno, è il modo più sicuro per raggiungere un successo duraturo.


clicca sull'immagine per ingrandire.
traduzione ed adattamento di Paola Bonavolontà da questo articolo.
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La pazza di casa ovvero la creatività

Ci sono molti modi di interrogarsi sulla creatività, di definirla, di credere o no che ce l'abbiamo tutti dentro, nascosta, ignorata, turlopinata.

Rosa Montero intitola il suo libro "La pazza di casa" come Santa Teresa d'Avila definiva la
fantasia. Immaginazione, ospite, ossessione, compagna.

Edito da Frassinelli, mi ha dato una gioia entusiastica nel leggerlo, lasciandomi a tratti la tentazione di applaudire, ritrovando in quelle parole le mie, i dubbi, le trappole per andarla a cercare, per condividerla e viverla come percorso di benessere interiore e come comunione e condivisione con gli altri.

Non è solo un libro sullo scrivere, ma sulla creatività, sull'essere un artista geniale, o anche, semplicemente, sullo sperimentare l'incontro con quel daimon di creazione che hai paura di non ritrovare più, ma che ti sostiene ed illumina la vita.


Un libro colto ma con una leggerezza godibilissima, senza presunzione, eppure acuto, curioso, che guarda alla vita e alla morte, al nostro essere in vita e guardare le vite degli altri. Crearne di parallele, nella nostra testa, insieme allo scrittore, spettatori e protagonisti.

Appena finito, con un gran desiderio di ricominciare.





E' un autobiografia, o non lo è?

Dall'incipit

Ho preso l’abitudine di riordinare i ricordi della mia vita facendo il conto dei fidanzati e dei libri. I partner che ho avuto e le opere che ho pubblicato sono le pietre miliari della memoria, e tramutano l’informe groviglio del tempo in un insieme organizzato. Ah, quel viaggio in Giappone risale all’epoca in cui stavo con poco dopo avere scritto “Te trataré como a una reina”, dico fra me, e subito le reminiscenze di quel periodo, i logori brandelli del passato si collocano al posto giusto. Tutti gli umani fanno ricorso a trucchetti simili; so di persone che raccontano la propria vita basandosi sulle case in cui hanno abitato, o sui figli, o sugli impieghi, e addirittura sulle automobili. Forse la mania di certa gente di cambiare macchina ogni anno non è altro che una disperata strategia per avere qualcosa da ricordare. Il mio primo libro, un orribile volume di interviste pieno di refusi, uscì quando avevo venticinque anni; il primo amore abbastanza forte da lasciare il segno credo risalisse ai vent’anni. Il che vuol dire che l’adolescenza e l’infanzia sprofondano nel magma amorfo e vischioso di un tempo senza tempo, in una turbolenta confusione di scene prive di data.

Rosa Montero, La pazza di casa, Frassinelli



E tu, come inizieresti il tuo racconto?
Leggi i Dieci buoni motivi per sapersi raccontare


La scrittura e lo storytelling fanno parte del percorso esperienziale creativo di Personal Branding: PromozionARTi © .

Un percorso di crescita, autostima e promozione nella vita professionale e personale, nella comunicazione e nella relazione.

 Un percorso unico, che unisce la crescita personale alla promozione di se, alla creatività in un ambiente rilassante e non competitivo.

 1 novembre Dove vado- La tua visione strumento principale: la pittura emozionale
 15 novembre Da dove vengo- Racconta la tua storia con lo Storytelling
 29 novembre Il mio bagaglio -Competenze e Talenti, punti di forza e debolezza Swot analysis
13 dicembre Il mio biglietto (da visita) - Mi presento- strumento principale: collage multimaterico 

NON lezioni teoriche, ma laboratori creativi esperienziali, dove di volta in volta avrai tutti gli elementi per entrare totalmente nel tema e nello strumento creativo.
Puoi anche partecipare ad uno solo incontro, o due o tre.

Continua...

Quanto? P come Prezzo V come Valore C come Costo

Una delle difficoltà di chi fa la libera professione, è capire che prezzo chiedere.

Che valore dare alle proprie cose, che costo hanno solo perché le stai producendo.


Il costo tempo, ad esempio, quello che potresti impiegare facendo altro.
Il costo di studio e di allenamento, le persone che vengono da te non ci pensano mai di quel tempo lì.
Un musicista suona tutti i giorni per quella performance di un ora.

Una locandina, un biglietto da visita, cosa altro vi viene in mente?
Che ci vuole, ci hai messo due minuti.

Come se a un giornalista dicessi: il tuo servizio è andato in onda un minuto e io quello ti pago.

Nelle svalutazioni quotidiane ci siamo impelagati tutti, almeno una volta, da una parte o dall'altra.
Da chi si lascia svalutare e da chi svaluta, perché è l'unico modo che conosce di contrattare.
O perché, semplicemente non sa, non pensa, o non gli interessa che il lavoro è anche dignità e sopravvivenza, presente, passato, futuro (tipo quella cosa che non vedremo mai che è la pensione).

Ricordo un tipo, forfora copiosa e carica istituzionale, ufficio in Piazza del Parlamento con stanze grandi come appartamenti.

Mi cerca lui, due colloqui infiniti in cui non riuscivo a capire di che figura avevano bisogno e per fare cosa.
Alla fine la sua proposta: 9 mesi di stage, non pagato, perché lei, in fondo, è un nome che non conosce nessuno.
In questi casi urge che vi ricordiate bene chi siete da soli.
La vostra storia, il curriculum (il mio, per inciso, era già quello che leggete qui), la vostra esperienza di vita.
Le competenze, il saper essere, che questo "signore" certamente non conosceva.

E' una questione di autostima. Stimare sé.
Riconoscere a se stessi il proprio valore ed essere in grado di renderlo riconoscibile ad altri.
E' un bisogno umano, che viene dopo a quello di essere in grado di mangiare anche, coprirsi, vestirsi, col proprio lavoro. O siete inumani, o avete fatto male i conti con i vostri bisogni e ne sottovalutate gli effetti.

Lavorare gratis, sì, ma fino a quando? Si chiede questo articolo

Volontariato, hobby?
Quando qualcosa ti riesce bene ma non la fai per professione, e vivi di altro, per te il compenso può essere la famosa "visibilità" o "soddisfazione" che hanno scelto te.
Ci hai mai pensato che 15- 30 euro, o anche meno, per un lavoro di 6/8 ore butta giù dal treno chiunque abbia fatto di quel tuo hobby il suo pane quotidiano?

Quale prezzo dare ai propri quadri, ammesso che si vogliano vendere.
Arrivare a volerli anche regalare, ma solo ed unicamente a chi davvero ne apprezza il valore.

Offrire il proprio tempo gratuito con persone disagiate ha un senso, scoprire che la persona che hai di fronte, a prendersi 8 colloqui gratuiti guadagna 100 mila euro l'anno ne ha tutto un altro.


Restare alzati di notte a fare un preventivo, ragionarci sopra, perché abbia il suo senso, per te e per il possibile committente, e poi scoprire che era tanto per dire.

Gli aneddoti, o fattarielli come li chiamiamo a Napoli, sono capitati ad ognuno di noi.
Li voglio raccontare  anche perché aiuti a smettere di sentirsi sfigati  con il "succedono tutte a me".
Per evitare di essere parti del sistema, pensandoci furbi,  invero molto lontani dall'esserlo.
Gli scorretti esistono ovunque, ma possiamo riconoscerli meglio e prima.
Si fa esperienza anche in quello.
Certo è buffo, nel marketing si fa molta attenzione a quella che è la "domanda" del mercato, ad ascoltarla, saperla intercettare, anticipare, decodificare, essere pronti quando serve.

Poi ultimamente mi capitano persone che  "e dai, perché non fai..., io ci verrei sicuramente, sarebbe bellissimo, dai, dai".
E poi tu dai, e produci, e metti insieme quel progetto lo fai diventare un percorso, flessibile, accessibile, di senso, e chi te l'ha chiesto si ritira, peccato, proprio ora che il gatto sai, non mangia, non posso lasciarlo solo.

E' giusto guardare e farsi un idea su qual'è il prezzo di mercato per quel servizio, con una responsabilità verso se stessi, il cliente e quel mercato:
non applicare la stessa tariffa da chi ha più esperienza, perché sarebbe troppo
ma neanche una cifra irrisoria, perché altrimenti quel servizio viene svalutato eccessivamente e ripetutamente per ognuno che entra nel mercato e per farsi conoscere e scegliere usa la leva prezzo.

Usare solo il prezzo non è fare promozione, ma svalutazione di massa, portandosi dietro servizio e categoria, creando una sorta di idea permanente di cosa si è disposti a (non) pagare per quella professione.


Se il tuo "core business" (ovvero la tua attività principale e fonte di guadagno) ad esempio è la consulenza individuale, potresti essere tentato di acquisire clienti tenendo eccessivamente basso  - o nullo - il prezzo di un servizio che è il core business di un altro.
L'effetto è che il mercato non è più disposto a pagare il costo standard del servizio, ma sceglierà in base al prezzo, quello che costa di meno.

Ci sarà sempre chi offre una promozione stracciata da qualche parte, salvo accorgersi che le promozioni non coprono i costi fissi né variabili.



Se lavori gratis, chi ti fa lavorare sceglierà sempre te solo per questa ragione. E quindi tu non migliorerai e produrrai cose sempre mediocri, la tua professionalità e il lavoro che svolgi saranno svalutati, i tuoi colleghi non riusciranno a farsi pagare e la qualità del lavoro si abbasserà. Pensa al giorno in cui, bravo professionista, ti preferiranno un pivello che accetta di fare l’eterno stagista e di lavorare (male e) gratis al posto tuo.
dal blog di Silvia Bencivelli Perché non si deve mai lavorare gratis

Segnalo anche un altra pericolosa truffa,  come perfetto esempio del punto 5 sopra, ovvero, pagare per avere il "privilegio" di lavorare.
Da Linkedin ricevo una proposta di lavoro, da una persona che si presenta molto educata e gentile, con un bel sito web e un buon progetto.
Mi chiede se voglio far parte del gruppo di docenti della sua scuola.
Dopo un paio di invii materiale, e proposte,  il personaggio con papillon scopre le carte: un contratto con il quale mi impegno - sempre come libera professionista-  per 3 anni a lavorare per lui e solo per lui, senza poter pubblicizzare le mie solite attività, ma con l'obbligo di pubblicizzare le sue, senza un minimo di corsi che mi garantiscano la mera sopravvivenza con la sua scuola, previo allineamento obbligatorio del docente attraverso un corso di due giorni del costo di 640 euro, ma col 70 per cento di sconto se pagati in un unica soluzione.
Un offerta imperdibile. Infatti l'ho volutamente persa.


Mi fa piacere far parlare altre due persone.
Il primo lo trovo molto divertente, Marco Brambilla di commonsense.
Lo consiglio anche come esempio di presentazione, dinamica, fruibile, accessibile.
Dura circa 13 minuti.



L'altro video è di 20 minuti, alla fine di questa presentazione in slide, su come farsi pagare a consuntivo.
Missione Impossibile?
Intanto è sempre utile comprendere dentro di voi com'è.
Conquistare una sicurezza e chiarezza interiore, che ci aiuta a essere più assertivi e non facilmente manipolabili e svalutabili.
Che il mercato è quello che è, ma la manipolazione e la svalutazione sono davvero due elementi che si possono e  dobbiamo risparmiare.


Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore. Nietzsche

Tutto ciò che ha valore è costoso. Esige molto tempo e richiede molta pazienza. Jung

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L'autobiografia
Dieci buoni motivi per sapersi raccontare

La parola autobiografia è composta da tre termini di origine greca (autos, se stesso; bios, vita; graphein, scrivere) ed indica la “narrazione della propria storia di vita”, conosciuta fin dall'epoca greco-romana come cura sui (occuparsi di se stessi).

Un bisogno di sentire che si è vissuto, e saperlo, poterlo ricordare, riflettere, comprenderne il senso ed acquisirne nuova linfa, forza, determinazione, accettazione.




Noi abbiamo una nascita che è determinata dall'atto di procreazione dei nostri genitori [...]. Ma poi, c'è una nuova nascita; che non è quella recepita dall'esterno e che è precisamente la nascita che noi ci diamo da noi stessi raccontando la nostra storia, ridefinendola con la nostra scrittura che stabilisce il nostro stile secondo il quale noi ora esigiamo di essere compresi dagli altri. A. G.Gargani


Stile, racconto, storia, nascita o rinascita. Essere compresi.
Quanto è importante l'essere compresi, riconosciuti, riuscire a comunicare se stessi?

La vera morte sta nel non essere più compresi.  Pier Paolo Pasolini 

Davanti alle parole "raccontami di te" la nostra mente si ferma a guardare da dove riprendere quel filo, e portare chi ascolta a guardare, riconoscere, sapere.
E nel momento stesso in cui raccontiamo siamo spettatori e protagonisti, narratori e narrati, ascoltatori della nostra stessa storia.
Il raccontarsi non è solo una competenza cognitiva, ma emotiva, è una trasmissione potente di emozioni a se stessi prima ancora che all'altro.
Un ponte sospeso su nuovi modi di intendere e vedere, ripercorrere e valutarci prima ancora che essere valutati.
Acquisire questa consapevolezza e competenza diventa fondamentale, non solo nel
sapersi raccontare come parte di quel percorso di autopresentazione che facciamo ad un colloquio di lavoro e per relazionarci.

Scegliamo cosa dire e cosa nascondere, ma sempre mai fingendo, perché si tratta di noi, e la scrittura ed il racconto di se si rivela proprio uno strumento essenziale e potente per riconoscere la nostra unicità, riconoscerci e farci conoscere. Apprezzare per primi il nostro percorso.


La scrittura di sé permette di:
  1. -  dedicarsi del tempo, avere cura di sé, prestare attenzione a se stessi, favorisce il dialogo con se stessi;
  2. - autostima: arricchisce l'immagine di se, piacere nel recuperare e riscoprire la propria soggettività , dignità, storia
  3. organizzazione e rielaborazione, scelta: è un atto che riordina, rielabora, sceglie, sintetizza, ritrova e costruisce un senso, il senso dell'identità. 
  4. - riappropriarsi e riconoscere le strategie della propria vita, le modalità di approccio ai problemi;
  5. - ritrovare le  motivazioni che ci hanno fatto vivere proprio così come abbiamo fatto, scoprire il disegno, il filo, l'accettazione del passato e la riprogettazione del futuro;   
  6. -scoprire che la vita personale è nostra quanto quella professionale;
  7. - costruisce significato, sull'attribuzione di senso alle proprie esperienze;  di stabilire cosa fare di ciò che ha imparato e che cosa imparare da ciò che fa
  8. - riflettere sulle cose stiamo facendo e di apprendere da esse
  9. accresce le capacità auto-riflessive, ascoltare le proprie emozioni, osservare e analizzare le proprie modalità cognitive e procedurali. 
  10. produce una “memoria” della storia personale, un’occasione per ri-appropriasi del proprio ruolo professionale e/o personale, accrescendo la capacità di conoscere, comprendere, attribuire significati, generare cambiamenti.

Io sono convinta che l'arte primordiale è quella narrativa perché, per poter essere, gli esseri umani devono previamente saper raccontare. L'identità non è altro che il racconto di noi stessi.
Rosa Montero,  La figlia del cannibale,  Frassinelli



Per tutti questi motivi, la scrittura e lo storytelling fanno parte del percorso esperienziale creativo di Personal Branding: PromozionARTi © .

Un percorso di crescita, autostima e promozione nella vita professionale e personale, nella comunicazione e nella relazione.
 Un viaggio nella tua vita, per conoscere ed apprezzare conducente, destinazione e percorso.
 Per sapere cosa hai già e cosa ti serve, come mettere in moto e raggiungere le tue mete.
 Un percorso unico, che unisce la crescita personale alla promozione di se, alla creatività in un ambiente rilassante e non competitivo.

 1 novembre Dove vado- La tua visione strumento principale: la pittura emozionale
 15 novembre Da dove vengo- Racconta la tua storia con lo Storytelling
 29 novembre Il mio bagaglio -Competenze e Talenti, punti di forza e debolezza Swot analysis
13 dicembre Il mio biglietto (da visita) - Mi presento- strumento principale: collage multimaterico 

NON sono lezioni teoriche, ma laboratori creativi esperienziali, dove di volta in volta avrai tutti gli elementi per entrare totalmente nel tema e nello strumento creativo.
Puoi anche partecipare ad uno solo incontro, o due o tre.

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Il Personal Branding e l'amore
I valori negli altri

ill.ne Cristina Berardi
Quando dico che il personal branding può servire anche a trovare l'amore, non solo lo dico ma lo penso.

Intendo infatti il personal branding come processo di consapevolezza, che ti fa guardare dentro di te per scoprire cosa cerchi davvero, quali valori sono importanti per te (vedi qui), qual'è il tuo timone, come alzi le vele nel vento o come invece torni e resti nel porto appena c'è una giornata di sole.
Quali sono i tuoi punti di forza e debolezza, quali accetti e quali pretendi restino nascosti, come ti poni nel mondo condividendo cosa.
Cosa dai e cosa prendi, cosa pretendi e come fuggi, ferisci, agisci.
Come ripeti gli errori di sempre, se persegui solo il miglioramento, il potenziamento senza depotenziare, finisce che migliori anche le parti che ti fanno male, senza che tu riesca a conoscere e riconoscere dentro di te l'esigenza di prendere fiato oltre che espirare, frenare oltre che accelerare, ascoltare oltre che parlare.

Se è così inaccettabile che tu possa non essere così perfetto come credi, ma umano come tutti, chiediti, umano, com'è l'esperienza di umano che stai realizzando, e se esiste qualcosa che puoi modificare per goderti il viaggio davvero.
Il viaggio che può essere a tratti solitario, bellissimo e tuttavia volerlo condividere con altri umani.
Allora riprendi quei valori veri che ti guidano e prosegui nella lettura.




Ti assicuro che tutte le donne vorrebbero incontrare un uomo colto ma sportivo, forte ma dolce, protettivo ma non asfissiante. Così come noi maschietti ci perdiamo dietro al sogno di ragazze bellissime ma che non se la tirino, autonome e indipendenti con tutti, tranne che con noi. Il nostro desiderio inconfessabile è una donna di forte personalità che appena entra in casa si spoglia del tailleur manageriale per chiudersi in cucina a farci da mangiare. Il tuo problema non è che non vuoi innamorarti di un idraulico (chi ha più fascino di loro, così rari e inafferrabili?), ma che lo pretendi sciatore e diplomato. Hai in testa un uomo ideale e pensi di poterti innamorare soltanto di lui. Ma quell’uomo non esiste. Bello, colto, stimolante, grande lettore, sciatore… Io, per dire, supererei forse l’esame come lettore, ma alla prima domenica sugli sci mi molleresti senza pietà. E anche ammesso che esista un bravo sciatore colto (per quanto Tomba abbia confermato la difficoltà di una simile sintesi), dovrebbe poi superare indenne tutte le altre crocette del questionario. Conosco un paio di cronisti giudiziari che saprebbero parlarti per ore del blocco dei beni dei sequestrati, ma uno odia gli sci e l’altro è felicemente sposato con una donna che non sa nulla della legge in questione. Insomma, la quadratura del cerchio è difficile. Forse è il caso di ridisegnarlo, questo cerchio, cercando di essere un po’ meno razionali. Non dico di accontentarti di quel che passa il convento o di farti piacere per forza il primo uomo carino che ti fa comodo.
Sono errori che hanno commesso in molti, dopo anni di stremanti ricerche della perfezione, e che si pagano. Prova invece ad andare al centro del tuo cuore.
Individua un valore, uno solo, che deve incarnarsi nell'uomo che ami. Un valore profondo, discriminante, decisivo. La purezza d’animo, per esempio. O la forza, il coraggio, la serenità. E quando troverai un ragazzo che oltre ad attirarti fisicamente (quella, ovvio, è la premessa indispensabile), possederà il tesoro che cerchi, promettimi che non lo sottoporrai ad altri esami scritti e orali, ma proverai ad accontentarti di lui. E di te. L’amore non è un questionario a quiz. E un’avventura che mescola il sogno al realismo, in una sintesi che forse racchiude il segreto della felicità.

Massimo Gramellini* Cuori allo specchio
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I rimpianti della gente

Fermarsi nella propria vita e cambiare tutto.
Capire che quello che stiamo facendo non ci somiglia più.
A me è successo, dopo anni passati a rincorrere il dovere, la perfezione, quello che credevo dovessi essere per gli altri, a un certo punto crack.
Qualcosa si rompe.

Nel mio caso in un letto di ospedale, per un errore, anzi ripetuti errori, quello stava per essere l'ultimo mio letto.
Da allora nulla è più stato uguale.
Cosa ho fatto della mia vita?

Cosa oltre lavorare, tornare così tardi da non avere mai il tempo di aprire un frigo pieno, e un amico con cui bere un bicchiere di vino.
Domande simili sono rimaste nella mia testa a girare valzer e lenti, fino a che ho focalizzato cosa andava cambiato, per me, e l'ho fatto.

Da allora ho avuto voglia tante volte di dire alle persone: attenzione agli sprechi.
Focalizzate cosa desiderate davvero.
Ma non si può a partire da una esperienza così personale e drastica per convincere nessuno, è stata una visione, un affacciarsi su una possibilità fortunatamente subito rientrata. Un abisso squarciato e poi richiuso.
Una consapevolezza per sempre differente perché lei è là.

Però l'altro giorno vedo questa immagine che ironizza sui rimpianti delle persone sul letto di morte
"cose che le persone dicono sul loro letto di morte, numero 47: Se...se soltanto avessi avuto più followers su twitter".


Ci sono persone abilissime, non saprei definirle altrimenti.
Postano su twitter, a raffica, su facebook, partecipano a forum e social, onnipresenti, onniscienti ma con quale tempo? Dove resta quello della vita, di introiezione, di riflessione semplicemente dentro di se, senza esternazioni, rigurgiti, esecrazioni, vomiti.
Dov'è il tempo di relazioni nella pelle?
Dove è il tempo di lavoro semplicemente? Sono gli Dei Calì del web.


Followers, fan, lettori, misuriamo davvero il nostro e l'altrui successo da questi numeri?
Il personal branding non è affatto avere un sito web o un blog.
Questo è solo uno dei tanti modi possibili di comunicare, condividere.
Come sempre dipende dai nostri obiettivi, da cosa desideriamo davvero.

Anche io mi accorgo di dover di nuovo fare chiarezza, sui traguardi davvero importanti, se no mi perdo a rincorrere altri inutili abbagli, perdendo di vista i miei, per pigrizia e paura e mille altri motivi affollati, ripiego.

Jack Folla, non lo presento perché potrei diminuirlo con qualunque parola cercassi inutilmente.
Lo avete letto qui e in questi giorni sulla sua pagina facebook:


In trent’anni la nostra mentalità si è modificata, abbiamo introiettato le leggi del marketing e dimenticato i veri sapori e i saperi della vita. Riusciamo solo a essere sbalorditivi. Se non possiamo più avere un posto fisso ci sgomitiamo per avere almeno un posto fesso. Chi non twitta è perduto. Ma un milione di mi piace non valgono una nuda parola d’amore.


Emergere, farsi notare, non importa più come lo facciamo e per chi, e per cosa, ma farlo.

Ad occuparsi di crescita personale e di personal branding si inciampa in mille contraddizioni, del mondo e proprie.

Esiste solo l'oggi ma senza una visione, una direzione, sei una vela al vento che non sai direzionare.
Scegliere cosa è davvero importante per te, e diventarlo.

La vendita più importante è te stesso a te stesso, e,

il personal branding non è quello che tu dici di te ma quello che gli altri dicono di te.

Allora l'ansia e la paura fini a se stessi, a rincorrere il vento, oppure mettersi alla  propria finestra (di Johari), e farne qualcosa di utile di cosa non vedo io, cosa vedono gli altri.

“Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l'opinione altrui.” Arthur Schopenhauer

 “Non è la luce che manca, a nostro parere. È il nostro parere che manca di luce.” GustaveThibon

Essere, apparire, farsi conoscere senza conoscersi, cercare l'approvazione della gente come se fosse più importante di quello che pensi di te, senza domandarselo,

Ma...verrà il giorno

 


In questa rincorsa ai numeri come conferma, di essere o non essere,  ti propongo di fermarti.

Scarica questo foglio e prendi il tempo per fare ordine tra i tuoi valori, tra ciò che vuoi, forse è colpire l'altro, forse è restare a guardare.
Non c'è una ricetta se non quella che porta alla tua felicità.

Perché il personal branding è un percorso di consapevolezza e di verità.


È tanto facile ingannare sé stessi senza accorgersene quanto è difficile ingannare gli altri senza che se ne accorgano. François de La Rochefoucauld, Massime, 1678
Sabato 15 Novembre continua il percorso creativo esperienziale di Personal Branding.
Per acquistare consapevolezza della propria forza, senza ricorrere all'inganno, per superare timidezza e ritrosia nel saper parlare di se onestamente senza presunzione, per saper scrivere di se, illuminare il proprio percorso e scegliere di ascoltarci per primi prima di farci ascoltare.
Scoprire cosa c'è di bello e lasciarlo emergere.

Mollare le paure, riconoscere e scegliere ciò che davvero desideriamo.
Perseguirlo.

Anche una non scelta è una scelta.


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Risparmia sull'inquinamento ambientale

Il marketing è relazione, l'ho studiato all'università e lo verifico ogni giorno nella vita.
La creatività è relazione, mettere insieme cose e idee, concetti che apparentemente un nesso non lo hanno. Invece no, io lo vedo chiaro, spesso, colorato. Costante, che connette punti e punti ed ancora più punti.

Quand'è che tutto si ferma?
Che non abbiamo idee, e tutto stagna?
Quando le relazioni si spengono e noi lasciamo che accada.

Le strade sono sempre a due direzioni, per venire da me ed andare via, ma anche per andare io verso l'altro e l'altro venire verso di me.
Cioè, per dirla in termini metaforici, vengo io a casa tua ma anche tu a casa mia, chiamo io te, ma anche tu me, e se c'è un interesse reciproco si può costruire tra noi.

Nell'amicizia ma anche nella professione. Io non insisto.

Se tu dici di volere e poi molli, non voglio usare le mie energie per ricordarti il tuo sogno, il tuo desiderio, per aiutarti a comprendere com'è che non riesci ad essere fedele neanche a te stesso/a.

La parola "interesse"  per me significa interesse per la persona.
(Qui arriva il giudizio su di me: povera ingenua! fuori moda, obsoleta)
C'è bisogno che ci scegliamo, ci piaciamo, ci stimiamo e soprattutto non inquiniamo l'aria di questo spazio relazionale con la bugia.

Save your untruthful words, they pollute.
trad. risparmia le tue parole false, inquinano.  (non è firmata perché l'ho detta io).

Quelle che si chiamano bugie bianche, che le persone pensano che non facciano male a nessuno, secondo me sono un insulto, alla nostra età. All'intelligenza di tutte le persone coinvolte.

"I'm in", "sono dentro " quando neanche arrivi, non ti rende piacevole, ma inaffidabile.
All'ennesimo "mi piacerebbe, ma", il tuo soprannome è quaquaraquà.

La tua parola non vale, e di conseguenza anche il tempo con te, questo tempo così magico e raro, così prezioso e caro, che è il mio ma anche il tuo, lo rubi, inutilmente a te stesso oltre che a me.

Perciò, se ancora credi che il marketing passi da "far vedere", "promettere" e non mantenere, dire- senza pensare- quello che secondo te l'altro vuol sentire, ripensaci.

Quello che sei passa comunque. Anche se non lo vuoi vedere, o far vedere.

Però c'è di buono che.
Si impara a riconoscere sempre prima i comportamenti ostili, inquinanti, falsi, competitivi, invidiosi.
Si smette di perdere tempo dietro a quelle persone che li indossano ad ogni stagione.

E si impara a riconoscere l'aria diversa, dello scambio e della cortesia empatica, dell'ascolto e del rispetto reciproco, di uno spazio di possibilità, di incontro e di presenza anche nell'assenza piuttosto che di assenza anche nella (promessa) presenza.


PB




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Proteggere i nostri sogni


"E' troppo stupido per imparare una cosa che fosse una." Insegnante di Thomas Edison

"Non ha la stoffa per diventare una star."Primo produttore di Harrison Ford

 "Non sei adatto."Allenatore di basket del liceo a Michael Jordan

"Manca di immaginazione e non ha idee originali." - Direttore del giornale che licenziò Walt Disney

 "Non sa recitare. Non sa cantare. E’ leggermente calvo. Sa ballare ma solo un poco." - Responsabili della MGM che scartarono al primo provino Fred Astaire, 1928

"Mentalmente tardo, asociale e sempre perso nel suoi stupidi sogni". L'insegnante di Albert Einstein (Einstein non parlò fino all'età di quattro anni e non imparò a leggere fino ai sette. Era dislessico)


Critiche, le approvazioni e disapprovazioni degli altri ci tengono fin da piccoli lontani dallo scoprire i nostri talenti, o semplicemente, ciò che ci piace.

Non nuoti/leggi/scrivi/disegni/giochi/corri come tutti gli altri: guarda che imbranato, ma non ti vergogni?
Appena sai fare un disegno, ecco che diventerai architetto.
Appena non sai fare di conto, non sarai mai un matematico.
Critiche, veloci e senza appello.

Feroci per chi le riceve, ma talmente scontante per chi le fa da non accorgersene neanche.

Tu solo sarai colpevole del fatto che non ti applichi abbastanza, non ascolti, non fai qualcosa, piuttosto che impegnarsi a trovare lui/lei, che è lì per questo a trovare un modo diverso, per comprendere com'è che tu impari e come ti appassioneresti invece.

Per rispettarti se il calcio non ti piace, o il nuoto, ma per farti fare danza, fino a quando ne sarai capace, senza farti smettere prima di provare, dicendo che è difficile, e poi ti cresceranno le tette e non potrai più farlo e sarà una delusione.

Siamo stati abituati, manipolati (?) a lasciare le cose prima ancora di provarle noi stessi per primi.
Per paura delle delusioni, per paura della difficoltà, ci siamo detti concordi di non essere capaci.

Quante cose perdiamo, per questo pensiero antico.
Quanta autostima avremmo magari scoperto invece nel ritrovarci abili.
Quanto queste critiche ci hanno impedito di scoprire la strada giusta per noi.
Se tutte le strade ci sono state sbarrate, abbiamo percorso le uniche che ci sono state lasciate aperte, oppure abbiamo fatto una fatica terribile a cercare di percorrerne alcune che se fossero state aperte, avremmo tralasciato senza perdere tempo a dimostrare invece di esserne capaci.


Allora, ora che stai leggendo queste righe, chiediti:

  • quali sogni hai lasciato inesplorati? 
  • cosa potresti fare oggi per farne avverare quanto ti è possibile?
  • entro quando inizierai?

Scrivilo in agenda, e prendi questo appuntamento di rispetto e stima di te.

(se vuoi puoi venire a scoprire quali sogni più grandi hai, come realizzarli nel laboratorio esperienziale creativo PromozionArti© )


 

Hey! Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa. Neanche a me.
Ok? Se hai un sogno tu lo devi proteggere.
Quando le persone non sanno fare qualcosa lo dicono a te che non la sai fare. 
Se vuoi qualcosa, vai e inseguila. Punto.




Continua...

Il personal branding è un epiteto

Al lavoro ho sempre dedicato tempo ed attenzione alle presentazioni, ai contenuti, ai particolari, la grafica e i numeri, prevedere le domande ed anticipare le risposte.

Poi un giorno ho scoperto che il 7% della comunicazione è il contenuto, e il resto, gigantesco 93% è altro, ed ho capito che avrei dovuto anche migliorare altro per essere efficace.

La mia preparazione passava molto più per segnali di cui non ero consapevole rispetto a quelli di cui mi preoccupavo.

Per una intuitiva capacità istrionica è andata spesso bene, ma per caso, carattere, sicurezza e  faccia tosta, piacere della responsabilità.
Oggi ne so tanto di più, e quando mi ri vedo nei video delle aule spero che il mio pubblico sia stato meno critico di quanto lo sono io con me stessa.

Il vestito, le pause, i sospiri, la velocità quando parlo, le mani si muovono troppo, il ciuffo mi cade sugli occhi.

Recuperare la consapevolezza della nostra comunicazione, di quelle parti che ci sfuggono, serve per aumentare l'efficacia dei contenuti, e la piacevolezza e l'utilità di ciò che vogliamo traferire.

Nella professione e nella vita privata.
Possiamo non fare più caso ai guanti da pugile e a agli aculei, ma gli altri li vedono.

Anche il personal branding  è efficacia e consapevolezza, per la vita in generale
Il personal Branding non è quello che io dico di me, ma quello che gli altri pensano di me.



E' la percezione, quel soprannome che ti porti dietro in famiglia, o tra gli amici.

Quello nuovo tra i tuoi colleghi, che coglie solo un aspetto di te, e lascia tutti gli altri in ombra.


Se l'obiettivo del self branding è differenziarci,
quando gli aggettivi per descriverci sono decisi da altri possono infastidirci, perché non ci riconosciamo in quell'attributo, che sembra un giudizio perenne, non elogiativo.
Come si sente Apelle che pare avere sempre un unica qualità, quella di essere figlio di Apollo?

In Italia serve ancora essere figli di, e quanti ce ne sono.

Le qualità riconosciute ed attribuite dagli altri puoi ascoltarle ad es. quando qualcuno ti presenta: lei è la mia amica che...


I miei colleghi di Sestyle dicono:
il personal brand è ciò che pensano di te quando entri in una stanza e ciò che dicono quando esci.

Fa male, lo so, inquieta e preoccupa.
Ma non è la stessa cosa che fai tu con gli altri?

Il nostro cervello classifica per comodità, per velocità, per non dover riniziare da capo ogni volta che incontriamo una persona.

Perciò la prima impressione conta, perché sarà più difficile fare una buona seconda impressione.

Di nuovo, non è un invito ad essere diversi di chi si è. Anzi.
E' di acquisire consapevolezza.

Quali sono le prime tre parole con cui ti descriveresti ?
Ora chiedi a due amici, e poi a due colleghi, a persone che hai conosciuto da poco e ad alcune che conosci da tanto.
Qual'è la parola che ricorre più spesso, quella che ti aspetti, quella che è una sorpresa?

Raccogliere le tre frasi è un ottima base di partenza per preparare la tua swot.


Perché il personal branding è un epiteto.


Se lavori suoi tuoi punti di forza, che ti riconosci e ti riconoscono gli altri, se lavori per migliorare i punti di debolezza, per prenderne consapevolezza e ad es. evitare quelli facilmente evitabili, il tuo epiteto potrà essere la tua opportunità scelta, o la minaccia scelta da altri.

(da wiki: "Epiteto" viene dal greco antico ἐπιτίϑημι, epitíthemi,  "pongo sopra", nel senso che l'epiteto è aggiunto al nome proprio. Gli epiteti servono al lettore per riconoscere e ricordarsi meglio di quale personaggio si parla. Gli epiteti sono molto frequenti all'interno della tradizione omerica, es.  Achille piè veloce" o "mare dai molti Achei oppure Agamennone "il re dè prodi".
Epiteto assume talvolta il significato di insulto, in senso esteso, o ingiuria associata a nome o riferimento personale. )

E' la nominata, la reputazione che hai.
Fingere, fregare le cose degli altri, dire una cosa e poi rimangiarsela, insultare gli altri sul web, spacciare per proprie le cose di altri, in certi ambiti - inspiegabilmente- funziona.

A proposito di politica, ci sarebbe qualcosa da mangiare? Totò

Perché fingere anche noi? Perché fingere nelle relazioni?

Se dici le cose tanto per dire, per consuetudine, perché così fan tutti, come fai a sapere quando è vero e quando no?
Cosa resta di vero e sentito nella tua comunicazione?
Stride dentro di te il falso e accusa te, di contribuire alla falsità che non fa bene a te, ed è così diffusa che non ci pare neanche grave, ma lo è.
Che male c'è a dire: ci vediamo?
Organizziamo, facciamo questo e quello, promesse, castelli e blah blah.

Il personal branding è una promessa di valore, di relazione.


Scegli cosa dire, scegli l'onestà intellettuale, scegli di assomigliare ciò che dici, può aiutare la tua autostima, oltre che le relazioni.

Hai trovato un modo per essere differente.

Scopri il valore dell'onestà.
Sempre con equilibrio.









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Chi sei, cosa fai
Il personal branding come creazione di se

Il personal branding parte da queste domande chiave.

Chi sei, cosa fai, come lo fai, per chi lo fai, come lo comunichi.

Un processo di scoperta o riscoperta di chi sei, la tua visione, missione, valori,  prima ancora di comunicarlo fuori.


La nostra storia, quello che abbiamo costruito, che ci contraddistingue, le scelte e le esperienze fatte. Il metterci in gioco, la pianificazione, l'ideazione e l'attuazione.

Ricostruire il nostro filo conduttore, la motivazione nostra e quella di chi potrebbe sceglierci di conseguenza.
Il posizionamento chiave, il perché tu si compone di questi pezzi, interiormente ed esteriormente. Profondamente prima. Costruisce consapevolezza ed autostima, fiducia e senso.



Cercate il TUO senso, la TUA storia, le TUE idee e motivazioni.

Il personal branding è una promessa di valore.
Scegli me perché.

Iniziamo ad assomigliarci tutti, stesse immagini, stessi titoli.

Stesse promesse.

Quando copiamo la promessa di un altro, appiattiamo non solo l'altro ma noi stessi, e coloro ai quali ci rivolgiamo.


E' svalutare senza capire, rendere vana la differenziazione, per cui poi tutti offriamo- solo sulla carta- gli stessi percorsi, gli stessi servizi.

Ma ti chiedo: con quale esperienza reale? con quale congruenza tra ciò che dico e ciò che faccio?

Nel  personal branding puoi fare il test delle 3 C; ovvero:

Chiarezza: essere sempre molto chiaro su chi sei e chi non sei. Cosa offri? Come, a chi, perché.
Conoscendo la tua promessa unica di valore si identifica ciò che contraddistingue te dagli altri, e ciò che ti differenzia e ti permette di attrarre e sviluppare fiducia e fedeltà al tuo marchio, ovvero a te.

Coerenza: la comunicazione a discesa della c di prima, incluso i profili di social media, sito web, biglietti da visita, fino alla firma delle email.  (in inglese consistency).

Costanza: nella presenza, nella visibilità, nella accessibilità, nella conferma di chiarezza, e coerenza.

Personal cosa significa per te?
Non stiamo parlando solo di professione, ma proprio di relazioni personali.
A cosa serve promettere che ci sarai sempre per una persona se così non è?
Esaltare ciò che non sei?

Magari ti fa sentire buono, bravo e figo mentre lo dici.
Ma sai che non è vero. Anche l'altro lo saprà, è solo questione di tempo.

Certo se il tuo obiettivo è il one shot, o una botta e via, o uno specchio per il narcisismo e poi via, vai pure.
Ma anche il narciso dentro soffre il suo vuoto.


Il personal branding è un percorso di autostima.
Di recuperare ciò che illumina la strada. la nostra direzione, il nostro valore.
Di cosa abbiamo voglia e desiderio di promettere e costruire.
Di cosa c'è in noi che vogliamo condividere.

E' scoprire cosa abbiamo, e se davvero fosse anche solo una caratteristica, va bene.
Anzi in un certo senso è molto più semplice comunicare una cosa che dieci.
Ma che sia nostra.

Quando ci piace qualcosa di un altro e ce ne appropriamo mostriamo a noi stessi quanto poco sia il nostro valore, quanto aggressivi e svalutanti siamo.
Resto sorpresa quando le persone continuano a pensare che il marketing sia fregare l'altro.
Se frego l'altro nel personal branding, se gli do una fregatura, vuol dire che penso di essere io la fregatura, di non considerarmi talmente niente, che ho bisogno di fingere per farmi scegliere.
Terribile scenario.

Esempio:
una scuola ha usato a mia insaputa per due anni questo mio lavoro dietro il quale c'era una precisa strategia di comunicazione, ammettendo di "essersi fatta un giro per la rete" come fosse un supermercato virtuale, un acquario dove pescare le competenze degli altri senza sviluppare le proprie.

Negando la possibilità all'altro di avere una vetrina virtuale, perché per ignoranza e presunzione, superficialità e tirchieria, ritiene suo diritto prendere e metterci anche il proprio nome sopra.

Così che il mio lavoro per comunicare qualità e contenuti nel counseling, lavoro costante di anni, è finito tagliato all' accrocco peggiore nella locandina dozzinale di chi usa l'immagine degli altri e ci appiccica sopra la sua, invalidando tutto, creative commons, etica e si fa pagare dagli altri ma non vuole investire. Vuole usare strappare scippare, ma non riconoscere il lavoro di altri.
Capite che arriva una comunicazione dissonante?
Non hanno rovinato solo e a mia insaputa il mio lavoro.

Si sono rivelati scorretti e ignoranti, presuntuosi e invalidanti. Non etici.
Io di una scuola così non mi fiderei, di una che ruba pur potendo pagare. ed infatti dagli altri si fa pagare.
Insomma ciò che siete, potete anche cercare di nasconderlo o fingere. Ma esce fuori.
Anche la rete vi sbugiarda.
Altro esempio: una coach (e quando diciamo così, quando notiamo un comportamento scorretto di uno tendiamo ad allargarlo alla categoria) che si spaccia per una esperta di marketing, coltivatrice e scopritrice di talenti, in effetti li scopre copiando interamente i post di un blog conosciuto come Vivizen nel suo. E' solo un esempio, ma così il lavoro degli altri viene svilito, i contenuti diventano centuplicati copiancollati ell'infinito.
In un mondo dove esiste la funzione condividi, usare il copia incolla e scorretto verso i creatori e verso anche i fruitori.
Comportamenti infantili come quando la compagna di banco delle elementari copiava e spacciava il compito per suo.
Ma davvero non hai nulla di originale di cui scrivere?
Non sarebbe meglio stare zitta piuttosto che prendersi i like e le visite di un altro?
Dove va la tua autostima e la tua credibilità? Scopritrice di talenti di cosa esattamente? di copia incolla?

Dal 25 ottobre un ciclo di laboratori esperienziali sulla promozione personale.
Per apprendere davvero e allo stesso tempo sentirsi abili, competenti nel poterlo fare da sé.
Sviluppare sicurezza e fiducia nel proporre sé stessi, e non il lavoro di un altro.
Costruire e rafforzare la propria autostima.

Per chi pensa ancora che il personal branding sia un percorso  astratto, freddo, orientato al business, provi a rispondere, magari per iscritto, a queste domande qua.

 1 Chi sono io?
 2 Ciò che è veramente importante per me / quali sono i miei valori?
 3 Quali sono le mie passioni?
 4 Chi sono le persone più importanti del mio mondo?
 5 Di cosa sono  più orgoglioso?
 6 Di che cosa veramente grato?
 7. Quali 5 aggettivi mi descrivono meglio?
 8 Mi piaccio (e perché, o perché no)?
 9 Amo altre persone - in  modo  significativo per loro?
 10 Che cosa sarebbe la mia auto ideale? (Come potrebbero essere vivente, quali sarebbero pensare, dire e il fare?)
 11 Quali sono le lezioni più importanti che ho imparato fino ad ora?
 12 Di chi posso fidarmi (e di chi non dovrei fidarmi)?
 13 Cosa voglio nella mia vita tra un anno, 5 anni e 10 anni?
 14 Cosa devo fare per farlo avverare?
 15 Quali sono i miei obiettivi e sogni?
 16 Quali passi devo prendere, quali ostacoli ho bisogno di superare, quante cattive abitudini  ho bisogno di rompere, e quali impegni devo assumermi per realizzare questi obiettivi e sogni?
 17 Da cosa sto scappando/evitando?
 18 Che cosa ho bisogno di lavorare per essere la persona migliore che posso essere?
 19 Cosa dà senso alla mia e lo scopo della vita?
 20. Le 5 persone con cui voglio passare la maggior parte del tempo?





Continua...

L'impressione a ...caldo

Hai presente quando dai la mano a qualcuno per la prima volta?
Pochi istanti, eppure ci facciamo un idea dell'altro.
Sicuro di sé, pieno di sé, insicuro, timido, accessibile, disponibile, distante, freddo, gentile.


Già. Ci facciamo un idea dell'altro davvero in fretta, ed anche l'altro si fa la sua idea su di noi.

E' un eredità della nostra evoluzione, in quanto la percezione dell'altro determina la nostra sopravvivenza.
Proprio come gli animali, dobbiamo subito capire se chi ci è di fronte è amico o nemico, e se è disposto a mettere in atto le sue intenzioni.

D'altronde l'usanza stessa di stringere il braccio, ai giorni d'oggi la mano, è nata nell'antichità per confermare che non si avessero coltelli nascosti nella manica.



La percezione sociale pare dovuta principalmente a due elementi universali:
calore si riferisce all'intenzione percepita nonché simpatia, disponibilità, sincerità, serietà e moralità;
competenza riflette tratti legati alla capacità percepita, compresa l'intelligenza, abilità, creatività ed efficacia.

Susan T. Fiske, Amy J.C. Cuddy e Peter Glick  mettono in relazione queste due dimensioni, il calore e la competenza, da cui discendono 4 emozioni, reazioni affettive e comportamentali.

Il calore ci fa sentire accolti e rispettati, crea legame e piacere reciproco.
Una persona fredda ha più difficoltà a guadagnarsi la simpatia degli altri e magari neanche gli interessa.
Una persona fredda solitamente si tiene più separata, distaccata dagli altri, dando l'impressione di sentirsi superiore (magari sì, magari è semplicemente timidezza, stanchezza momentanea, etc)

Chi si sente tenuto a distanza, automaticamente diminuisce la sua fiducia e disponibilità nei confronti dell'altro.
Restiamo "in guardia" tanto per ritornare al patrimonio evoluzionista.




Persone percepite competenti e calde determinano emozioni positive.
Persone percepite incompetenti e fredde determinano emozioni negative.

Ma cosa succede se una persona è percepita calda ma incompetente?
Oppure competente ma fredda?



Fatto n° 1. Siamo più sensibili al calore che alla competenza.

Puoi essere competente, ma se sei freddo, non mi fido.

  1. caldi/competenti suscitano ammirazione e un comportamento di agevolazione (aiuto o cooperazione); 
  2. freddi/incompetenti suscitano disprezzo e un comportamento di attivo (violenza) o passivo (rifiuto);
  3. caldi/incompetenti suscitano pietà, con possibili conseguenti comportamenti sia all'aiuto che al rifiuto. La pietà è anche il sentimento  più "accettabile" di chi  è incapace di apprezzare, ammettere la competenza dell'altro; 
  4. freddi/competenti: suscitano un atteggiamento conflittuale. Se da un lato infatti possiamo coglierne la competenza, comunque li percepiamo non amichevoli, ostili e con ostilità li ripaghiamo, attraverso l' invidia.
Mie riflessioni:
ostili, "pericolosi" in quanto più competenti di noi? Più in grado di sopravvivere rispetto a noi?
Ma anche un incompetente è pericoloso, solo che il nostro atteggiamento resta ambivalente, tra il voler comprendere e scusare la goffaggine e non fargliene una colpa, e l'essere arrabbiati per quella incapacità.
La competenza infatti la "imputiamo" alla persona, cioè se non è competente, non ci arriva, non è "colpa" sua.
Sto parlando ovviamente di percezioni, perché le competenze sono apprese, e anche il calore può esserlo se lo consideriamo come capacità di accoglienza, comprensione, disponibilità all'ascolto, apertura.

Si può cambiare la prima impressione?
Ce lo dice l'esperienza. 
Possiamo fidarci istintivamente di qualcuno che poi ci tradisce o ci "pugnala" alle spalle, qualcuno che prima chiede gratis il nostro aiuto e poi si vende quello che si è preso, che promette e poi non mantiene, che si presenta come umile, gentile e disponibile poi si rivela come un lupo feroce.
Idem per gatte morte.

Può anche non cambiare, cioè negativa era e negativa resta,  quando un comportamento scortese, sgarbato e distante continua nel tempo, a conferma della freddezza di chi lo possiede. 

Conseguenze sulla nostra vita.
I due criteri sono validi sia per i singoli che per i gruppi.
Al lavoro per esempio potemmo percepire il gruppo dei competenti come freddi, altezzosi, snob e altre parole con la esse.
Il criterio influenza la leadership, o se volete, la possibilità che altri collaborino con voi, vi ignorino, o, addirittura, vi remino contro per nuocervi.

Essere un leader, un punto di riferimento, un autorità riconosciuta magari anche molto competente, ma sola come su una fredda montagna.

Traduzione nella libera professione: siete bravi ma da voi non ci viene nessuno.

Esempio opposto: c'è quel dentista che è tanto simpatico, mi mette a mio agio e mi fa ridere. Però mi ha sbagliato tutti gli interventi. Magari me ne cerco uno nuovo, correndo il rischio di ridere meno, ma di continuarlo a fare con i miei denti.

Non possiamo cambiare chi siamo, ma divenire consapevoli delle influenze, di come cambia l'atteggiamento degli altri e il nostro.
Se continuiamo a  puntare i nostri sforzi sulla performance, potremo fare tutto bene e giusto e nei tempi, ma non risultare così, passatemi il termine, "vincenti" rispetto a una persona più sorridente e meno efficace.
Meno competente, ma più cordiale.
I nostri punti di forza a volte sono gli stessi di debolezza e viceversa.
Esserne consapevoli ci consente di migliorarci lì dove crediamo sia utile per vivere meglio.
Magari decidiamo di restare come siamo, senza più stare a interrogarci del perché l'altro si e io no.


Qui dunque pongo la domanda:
A cosa fai caso quando ti presenti a qualcuno, quando rispondi ad una domanda di lavoro?
Quando parli di ciò che fai?
Ovvio, ci sono anche alcuni di noi che, naturalmente, sono sia caldi che competenti.

Io faccio una riflessione che ovviamente è mia e della mia vita, dove se sei una donna devi dimostrare di essere nel tuo ruolo per competenze e non per conoscenze, per la tua testa e non per le tue gambe (e le mie ammetto non sono tra i miei punti forti).

Il razzismo nei confronti delle donne può essere bieco, come appunto quel meccanismo di invidia, dove ammetto la competenza ma l'altra mi spaventa per questo e la temo.

Allora posso iniziare a sminuirla apertamente o con racconti inventati (aggressione passiva);
posso motivare con stizza la freddezza di alcune donne perché non hanno compagnia maschile che le faccia "divertire";
o ammettere che alcune meritano la carriera che hanno, perché poverine, son talmente brutte che altro non potevano fare.

Non c'è cooperazione, ma competizione.

Mors tua vita mea.
Tu non attacchi io non lo faccio, ma se tu lo fai, io so difendermi.

Non voglio suscitare pietà, ma l'invidia è forse meglio?
Sono una voce con una significatività statistica pari a zero, ma sorridere è considerato ancora, per alcuni uomini, un invito.
Non sei gentile, sei affamata.
Non sei credibile ma stupida.

Allora, ma questa è una mia scelta, visto che la gente mi giudica ed agisce di conseguenza, io resto in guardia, sorrido o forse digrigno i denti, pronta a difendermi, se dovesse servire.





Se ti va, fammi sapere com'è per te.




Continua...