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Il marketing è tutto un programma

Il marketing è fingere?

Quando si parla di noi stessi, ognuno fa, consapevolmente o inconsapevolmente, le sue scelte.
Dettate da abitudini, modelli ricevuti e adottati o rigettati, convinzioni, emozioni, principi ed etica.

Una serie di contenuti che fanno parte della persona, e di conseguenza, della comunicazione che fa di se stessa.

Ma il marketing ha come obiettivo creare relazioni e scambio di valore.

Se credo di poter scambiare valore, il mio, e cercare, incontrare ed apprezzare il valore dell'altro, faccio ciò che posso, agisco per come sono-
A far finta di essere altro si perde tempo, occasioni. (vita)

Si mostra una parte di sé che non esiste, forse, anche, perché percepiamo più pericoloso, intimo, prezioso, mostrarsi per ciò che si è.
Se si è rifiutati, il rifiuto si percepisce su noi stessi.

Finiamo per affermare le frasi che dicono tutti e crediamo necessario dover dire: bravo a lavorare in team, quando invece il gruppo ci spaventa e sottrae energia, lavora bene sotto stress mentre ci piace poter programmare, pianificare, etc.



Per quanto ci affanniamo a copiare da curriculum di altri (sì, accade anche questo) ci sono elementi del nostro cv che un esperto guarda per capire se è vero ciò che affermiamo, e se arriviamo al colloquio alcune domande possono senza dubbio svelare le nostre reali preferenze ed inclinazioni.



Meglio non mentire.
A partire dall'ottimo inglese.



Per chi il marketing lo conosce per sentito dire, scomoda termini come "istrionico" per chi pensa di potersi (tra)vestire per conformarsi alle richieste di chi gli è di fronte perdendo di vista sé stesso, o narcisista per chi invece non fa mai fatica a parlare di sé gonfiando caratteristiche e doti.

Ecco che essere affiancati da un professionista può rivelarsi fondamentale in un processo equilibrato, per sapersi valutare senza svalutarsi o sopravvalutarsi, abbattere o ferire, superando una ritrosia per i più introversi naturale, la difficoltà che nasce dal sentire di doversi proporre, offrire, e termine orribile: "vendere".


Allora propongo una metafora, per comprendere meglio cosa faccio quando faccio marketing di me stesso.
Supponiamo che io sia un programma televisivo.
Ce ne sono tanti, ognuno ha però una fascia oraria, un canale, un conduttore, un target ovvero è destinato ad un pubblico con delle caratteristiche di età, gusto, interessi etc.


Se sono "che tempo che fa" o "Il tempo e la storia" non posso essere apprezzata da chi guarda "Amici".
Ma non ci spreco neanche tempo a propormi a uno che guarda quel programma.
Io non piacerei a lui, e con ogni probabilità, lui non piacerebbe a me.

Fingere di essere "Amici" mentre io sono "Il tempo e la storia" è svalutante, del contenuto, della senso, delle motivazioni, della cultura, della mia storia personale.
Cercare di piacere a chi guarda "Amici" sarebbe per me un enorme spreco di tempo e di energie, non potrei fingere di essere diverso da quello che sono troppo a lungo, e finirei certamente frustrato nell'accorgermi che faccio acrobazie cercando di piacere a chi cerca altro, diverso da ciò che, intimamente, sono.
Non posso spacciarmi per "La prova del cuoco" o un programma di cartoni.


Certo, la cultura di Massimo Berardini fa 500.000 ascolti contro 5 milioni (!) di Amici (serale- dati auditel 27 Aprile 2014)

Posso essere incredula, dispiacermene, ma non posso diventare un  programma che non sono.
Cioè non voglio diventarlo, sprecherei la mia vita e le mie doti, cercando di puntare su altre che non sono mie, con una fatica infinita.

Io posso "semplicemente" impegnarmi a comunicare al meglio ciò che sono, affinché chi può apprezzarmi, riesca a trovarmi, conoscermi, e scegliermi.

E tu, che programma sei?



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