La mia scelta “astratta” perché non figurativa,
ma astrazione della realtà e nella realtà.
Un viso a me caro è per gli altri solo un viso. Un tramonto è
uguale ad altri tramonti.
Sono dati oggettivi, riscontrabili, realtà fuori
di noi.
Una macchina fotografica può cogliere meglio e più in fretta.
Perciò mi interessa ciò che si fa fatica a volte
a raggiungere, qualcosa che è più profondo, a volte oscuro a noi
stessi.
Le mie emozioni sono le stesse emozioni che ci sono nel mondo.
Fanno parte dell’universo collettivo.
Un ricordo è sfocato nella memoria.
Un dettaglio è affondato nell’indeterminatezza.
Riattingo ai ricordi che sono nelle mie viscere, è di lì che
riaffiorano fino ad arrivare al cuore.
Il mondo come mi appare è confuso, disordinato. Veloce.
Un’opera figurativa è una forzatura ulteriore, più irreale di un
quadro astratto.
I miei quadri non sono astrazioni ma emozioni.
Un’emozione è.
Giudicare un’emozione sebbene inutile, può avvenire comunque
solo a posteriori.
Se arrossisco posso ridere o pentirmi, ma comunque l’emozione è
stata più veloce e forte dell’intelletto.
Mi sono sentita costretta ad avere sempre un’opinione su tutto,
ad essere anche veloce nel formularle, le mie “opinioni”.
Ho dovuto mostrare di continuo di essere intelligente, ad
emergere, e per farlo sono stata costretta a sottolineare le
differenze tra me e il mondo.
L’abitudine mi ha reso così brava che le differenze mi hanno
autoesclusa dal mondo, mi sono creata un muro di gomma, di
mattoni, di vetro. Separata dalla vita, dalle unioni,
dall’incontro con l’altro.
Le emozioni mi restituiscono la mia appartenenza al mondo, nel
mondo.
Le emozioni sono comuni.
Riappropriarmi della consapevolezza che tutti hanno emozioni mi
restituisce respiro ed umanità.
Ciò che vedo fuori è fretta, separazione. Confusione senza
direzione e senza gioia.
Nei quadri scendo nel mio mondo interiore e navigo.
Ritrovo pezzi di passato, in una fluttuazione che esiste solo
nel momento presente.
Galleggio, affondo, riemergo, rinasco.
Porto sulla tela ciò che rimane dentro di me, di un’emozione
provata davanti ad un tramonto, ad una carezza, ad una prova di
vita. Un addio, un incontro.
Ciò che io provo ha dignità quanto ciò che vedo.
Riconoscere le emozioni restituisce dignità anche al mondo
emozionale, interiore, vero, degli altri.
Nelle emozioni ritrovo le mie radici e l’appartenenza, la
somiglianza a chi mi siede accanto per caso.
Il fare è personale, il sentire è comune.
Il figurativo è fruizione immediata e superficiale, presenta ciò
che APPARE.
L’apparire mi confonde e mi spinge a mostrare ciò che non sono,
a nascondere ciò che non è accettabile, a sentirmi
indesiderabile se non rispondo a ciò che mi si chiede in quel
momento, in quel frangente.
L’apparire sottolinea l’inadeguatezza, l’esagerazione, l’essere
troppo o troppo poco.
Le emozioni esistono e basta. Rabbia, incredulità, passione,
dolore, struggimento, stordimento.
Tutto ha senso nel momento in cui accade.
La comparazione nel mondo emozionale è priva di
significato e utilità : a cosa serve affermare che soffro più di
te, o godo più di te?
Le emozioni esistono così come sono e danno ad ognuno la dignità
di essere ciò che si è.
Pannelli emozionali
materici. L'emozione
prende forma.