Le
mie notti si colorano di nuove luci e colori.
Fuori dalle finestre di
casa, New York illuminata, dentro, la luce calda delle lampade.
Ed io, china sulle tele, in un ludibrio di onnipotenza.
Dopo
lo spettacolo offerto dallo schermo gigante dei vetri del
salotto, le mani nel colore formano nuove morbidezze sulla
tele, guidate da un maestro che non sono io.
Altrimenti non posso spiegare la bellezza di quel che è uscito
dalle mie mani, sin dal principio, come se quella realtà fosse
sempre esistita.
Pannelli emozionali li chiamo adesso. Colori che parlano.
Emozioni che accarezzano.
Quadri da sperimentare con la vista e con il tatto.
Lingue di voluttà mi aspettano ogni sera. Un richiamo invitante
con urgenza mi vuole.
Le mani vogliono scorrere, i colori desiderano il loro posto e
arrivano là dove appartengono.
In pochi secondi, in molte
ore.
In giorni d’attesa, in notti appassionate.
In ardori
istintuali, in ripensamenti affettuosi.
In tocchi esagerati,
in punta di dita carezzevoli.
Scivola blu, incontra il tuo fratello verde.
Fonditi in questo
caldo abbraccio per poi balzare fuori solo a mostrare tutta la
tua verità.
Tronfio e pieno di blu, torni caldo nel turchese,
ti tuffi nel bianco, spumeggi con il nero, irretisci il rosso,
beffeggi gli altri toni di blu.
China il tuo capo proprio lì, la mano segue il richiamo.
Comanda,
al tuo esecutore fedele. Guida le dita per il tuo piacere.
Prepara nei mie gesti il tuo orgasmo che diventerà mio.
Fatti
affondare, ritirati e poi fammi venire.
Su e giù la mano
scorre prima da sola, poi una sola non basta, e l’altra l’aiuta.
Non riesco a credere che lo sto facendo proprio io, quando mai
l’ho imparato!
E poi ancora, ancora.
Ne ho ancora voglia.
Sono le tre,
solo poche luci fuori restano accese dalla finestra.
Ma io voglio finire, se mai finirà, questo incontro
notturno d’amore.
Nell’incertezza di incontrarti ancora, vado
avanti, fino a crollare.
Mi
piaccio, tutta ricoperta di colori, ne ho sui capelli, sulle scarpe,
ovunque.
Tutto intorno a me è un quadro.
Come dopo la fine di una
festa, ciò che resta ricorda il tempo che era solo prima ed ora è un
posacenere pieno, la bottiglia di vino a metà e le patatine che finisco
mentre metto un po’ di ordine.
Di questo incontro d’amore resta
uno, due e nelle lunghissime maratone da weekend, anche tre quadri ad
asciugare.
Li guardo.
Ancoro non li conosco e non so cosa pensare.
Li osservo
stupita, dentro di me c’era quello?
Dov’era?
In ogni caso adesso è lì. Fuori di me.
Con un po’ di vergogna ammetto
che devo essere proprio bella per esprimermi così.
Forse per
questo sono gelosa dei miei quadri,
Se non piacciono, non piaccio io.
E poi sono nuda davanti alla critica.
Gente che non ha mai prodotto
nulla, viene a parlare di me.
E’ un risultato prevedibile se mi metto
in mostra.
Non amo le critiche, come nessuno le ama.
Sentir dire
“non li capisco” significa per me “non capisco te”, mi piacciono ma non
per me, vuol dire “sei bella, ma resta dove sei”.
Che è sempre meglio
di “non è il mio genere”.
Il problema è che tutti si affrettano a dirmi se mi prenderebbero o
no.
E’ come un’affermazione non richiesta, uno schiaffo a freddo,
senza che io abbia deciso se la persona che afferma IO la vorrei oppure
no.
Il giudizio su di me arriva prima del mio giudizio su di loro.
Non sono così veloce, eppure dovrei imparare a difendermi e dire:
”
signore, neanche lei è il mio genere”.
Invece, ogni commento è un
post it che lasciano su di me, che non ho neanche la penna per
ricambiare il favore.
Così i miei quadri restano con me, alcuni
nascosti, altri ostentati.
Altri offerti a chi li ha chiesti in dono.
La separazione è un tema per me: quel momento è passato.
Qualsiasi
presente o futuro sarà di certo diverso, copia impossibile di una
bellezza arrivata per caso e fermata in quell’attimo.
Io,
inconsapevole artefice, ammiratrice estranea della mia stessa creazione.
Dovrebbe essere prova della mia esistenza, ma il merito non è mio.
La
mano di certo è stata guidata, il disegno esisteva ben prima che io lo
immaginassi.
L’artefice mi è solo passato accanto ed io ho colto il
suo invito a farmi tramite.
Ma quello resto, una figurante, un mezzo
di un’energia più grande.
Com’è venuta, così è andata via, ho persino
paura di verificare se è sempre là, pronta a riempire a piene mani le
mie mani.
Così le lascio vuote, nella nostalgia di quei colori così
caldi e flessibili, delle armonie di luce create nel buio della notte,
nelle fresche albe, e interrotte con il tramonto.
Davanti allo
spettacolo offerto dalla palla di fuoco rossa, il cielo attorno compone
ogni giorno un quadro che m’incanta dinanzi al quale la mia mano
s’arrende incapace per sempre di tanta bellezza.