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Segni, colori e forme sono presenze continue anche nei disegni
che le nostre cellule, nel corso del tempo, tracciano sulle nostre mani, sul
nostro viso, dentro il nostro corpo. Modi di fare, di dire, messaggi che il
nostro linguaggio, i nostri segni corporei inviano al mondo, richieste di aiuto,
di comunicazione, di disagio, di gioia.
Se anticamente,
grazie alla lettura della vibrazione che sta dietro ad ogni
fenomeno, era possibile prevedere gli avvenimenti e intervenire per
difendersi da eventi naturali, così, attraverso l’ascolto e
l’osservazione dell’espressione gestuale, dei segni, dei colori,
possiamo cercare un miglior contatto con noi stessi, affinare la
nostra sensibilità, creare maggior chiarezza dentro di noi e in
questo modo cercare di avvicinarsi agli altri.
Partire, quindi,
da una lettura del proprio essere, delle proprie radici, del proprio
sé, un “setting” interno, adatto ad accogliere, attraverso
l’ascolto, l’osservazione di una manifestazione visibile, quello che
c’è più in profondità, quello che scompare ai nostri occhi, ma che
colpisce la parte più sensibile di noi dove il Sé è energia diffusa
e indifferenziata.
Entrati in
contatto con questa grande energia, si sviluppa lo stile cognitivo
legato al processo secondario governato dalla logica, dall’armonia,
dal senso della realtà (Robbins 1980). Questa energia primaria del
Sé, crea segni, strutture, forme, colori che diventano veicolo di
comunicazione con il mondo esterno. Permettere a questa energia di
trovare una forma, è ciò che, colui che lavora in terapia
utilizzando tecniche artistiche, corporee nello specifico, genera
nel suo incontro con l’altra persona. Questi viene aiutato con
grande cura ed accortezza ad incontrare, esplorare e dare forma alla
sua parte più profonda e vulnerabile, in modo che tra realtà interna
ed esterna possa essere costruito un ponte, un contatto, una
relazione.
Adela Wharton,
medico inglese, raccontò a Joseph Henderson che durante una delle
sue ore di analisi, Jung “la incoraggiò a danzare per lui il
contenuto dei suoi disegni (simili a mandala) nel caso in cui lei
non fosse riuscita a disegnarli”. E Jung nel suo “Commento su Il
segreto del fiore d’oro” nel 1929 scriveva: “Tra i miei pazienti
mi sono imbattuto in casi di donne che non disegnavano mandala, ma
che danzavano i mandala. In India esiste un nome speciale per questo
rito: mandala nruthya, la danza del mandala. Le figure della
danza esprimono lo stesso significato dei disegni. I miei pazienti
possono dire molto poco circa il significato dei disegni. I miei
pazienti possono dire molto poco circa il significato dei simboli,
ma ne sono affascinati e trovano che in qualche modo questi
esprimono e producono un effetto sul loro stato psichico soggettivo”
(J. Chodorow).
Danzare un
mandala, oppure, disegnare una danza, la distanza è breve, la
relazione immediata. Paola, pittrice, allieva del mio corso Danzare il movimento, aveva perso lo stimolo a disegnare, poi un
giorno scrive: ”non è solo danza, non è solo espressione del corpo
..... l’energia si diffonde e fa vibrare tutti gli atomi del mio
corpo per propagarsi al di là dei confini dello stesso .... Un campo
di papaveri rossi, un’esplosione di colori che sale su fino a
toccare una stella ...”.
Paola ha ripreso a dipingere e ciò che ha scritto con
le parole, poi lo ha comunicato con i colori.
In estate,
durante i seminari svolti all’aperto sulla spiaggia, propongo ai
miei allievi di lavorare sull’ arena immaginando di essere animali
primordiali. Ognuno lascia che il proprio corpo solchi la sabbia,
nella ricerca di un movimento naturale. Lentamente si lascia la
sfera del corticale e ci si abbandona all’esperienza, ed è lì che il
segno lasciato sulla terra diventa specchio di un vissuto del corpo,
dell’anima. Guardare quei segni irregolari lasciati sul terreno,
osservarli nella profondità del solco, nella direzione presa, è come
veder disegnato un autoritratto inconsapevole.
Spesso, durante
le lezioni, i seminari di danza ed espressione, lascio che gli
allievi possano usare i colori per ampliare il campo creativo ed è
interessante notare che il disegno, i colori, variano secondo la
parte del corpo che viene stimolata in misura maggiore.
Nelle tecniche
corporee di origine orientale, ogni posizione ha legami profondi
relativi all’energia psichica che anima il movimento. Punti di
intersezione tra il fisico e lo psichico sono i chakra, centri di
energia che corrispondono a diverse funzioni dell’essere umano.
Ad ogni chakra
possiamo attribuire una specifica collocazione nel corpo al quale
corrisponde un elemento e, quindi, un colore.
Il primo chakra è situato nel perineo, è collegato
alla funzione della sopravvivenza (io sono), è legato all’elemento
terra e gli si attribuisce il colore rosso.
Il secondo, legato alla funzione della sessualità,
alle connessioni con gli altri, è situato nella parte inferiore
dell’addome, l’elemento cui è legato è l’acqua ed il colore è
l’arancione (io sento).
Il terzo chakra è legato alla funzione della volontà
(io posso) è situato tra l’ombelico e il plesso solare, il colore è
il giallo, l’elemento è il fuoco.
Il quarto è quello dell’amore ha sede all’altezza del
cuore, il colore è il verde e l’elemento è l’aria.
Il quinto è quello della comunicazione ed ha sede
nella gola, di colore azzurro turchese, l’elemento a cui è legato è
lo spazio.
Il sesto, tra le sopracciglia, di colore indaco è
quello dell’intuizione.
Infine l’ultimo, ha sede sulla sommità del capo ed è
quello della comprensione.
Nessun chakra è più importante di altri, è l’armonia
che si stabilisce tra loro che crea benessere.
Stefania Guerra
Lisi fa un interessante accostamento tra la natura, il modo di
essere delle persone e gli elementi della natura stessa, dice
infatti che l’essere umano può essere ansioso e questo
significa essere più di aria, cioè incapace di dare forma alle cose; depresso che significa essere più di acqua, cioè incapace di vincere la forza
di gravità; oppure essere di fuoco, avere la capacità di vincere le
cose con una eccitazione continua, con la tendenza a scattare
ecc.; essere di terra, che in senso patologico significa essere rigido, chiuso mentre, in senso positivo, significa accogliere e
provocare tutti i processi di metamorfosi.
Portare le persone in equilibrio significa portarle
ad essere persone di terra. Essere di terra significa infatti
racchiudere l’acqua, il fuoco, l’aria, generare l’armonia tra gli
elementi.
Invitare,
quindi, ad un lavoro che vada a stimolare i punti di energia con
movimenti opportuni che richiedano l’uso di quella particolare parte
del corpo, ascoltare una musica adatta ed utilizzare il disegno, il
colore per lasciare un segno della danza prodotta, significa
lavorare anche sugli elementi e, perciò, sulle personalità degli
individui
Nel sistema
individuato con i chakra, i colori hanno una progressione naturale,
quella dell’iride. Provare a dargli una immagine, provare a danzare
questi colori in sequenza crea armonia, si passa dai toni più caldi
della terra a quelli più freddi e così via.
Ma ancora più importante diventa, osservare le
sfumature della trasformazione dei colori, del movimento. Tutti
siamo abituati a percepire le sfumature, è quanto ci rimane del
nostro vissuto esistenziale, infatti, il bambino, prima di nascere
percepisce le macchie sotto forma di sfumature di toni chiari e
scuri. Educando, quindi, alle sfumature potremo avere individui che
riescono a vivere una dimensione espressiva più completa in
relazione alla loro necessità.
Tutto ciò nel
corpo si traduce nella ricerca di un movimento più umile, pulire il
corpo dal troppo fare, dalle imitazioni, proponendo di seguire
l’istinto, attraverso una musica, un’immagine, un colore, un
disegno.
Se una persona
entra in modo profondo nella sfumature della percezione, riesce ad
entrare allo stesso modo nella relazione con l’altro e diventa
quindi più capace di aiutarlo nel suo cammino.
In conclusione
vorrei riprendere le parole di una mia allieva, Piera, che scrive:
“sto provando a danzare il movimento, sto imparando a danzarmi, sto
gustando il libero danzarsi degli altri e sento intensamente la mia
vita che si rinnova”.
Pubblicata rivista Artiterapie
n° 5/6 anno VIII maggio giugno 2002
Fernando Battista
Coreografo, danzamovimentoterapeuta
Docente A.S.P.I.C.
Bibliografia:
-Chodorow:J. “Il corpo come simbolo: la
danza/movimento in analisi”.
-Guerra Lisi : “Come non spezzare il filo”, Borla
1990.
-Cerruto E.: “La danza terapeutica” Xenia 1994.

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