La qualità non si giudica sempre dai numeri

Ho cercato di spiegarmi la differenza dell'affluenza di due mostre in corso a Roma.

Escher (Leeuwarden, 17 giugno 1898 – Laren, 27 marzo 1972) al Chiostro del Bramante, 150 opere e
Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885 – Milano, 13 agosto 1961); Complesso del Vittoriano, 90 opere.

Iniziate ad Ottobre, a dieci giorni di distanza l'una dall'altra, dureranno 4 mesi entrambe.



Stesso prezzo o quasi, Escher costa un euro in più, e con Cartafreccia, che ovviamente non avevo con me, c'è la riduzione al Vittoriano.

Una claustrofobica, scura, di un artista ossessivo, illusioni ottiche, geometrie infinite, quasi esclusivamente in bianco e nero.
Gente stipata nelle sale basse e scure, fila di qualche ora fuori, più circa 40 minuti dopo aver comprato i biglietti.



C'è fila ogni volta che passo davanti al Chiostro del Bramante, io stessa ho rinunciato all'ingresso la prima volta, e la seconda ho accettato una fila di 30 minuti, ma oggi appunto avrei aspettato tre volte tanto.



Voglio andare da Sironi, e mi affretto dopo aver visto che fila c'è da Escher,  oggi è anche festa.

Mi accoglie il nulla.
Salgo gli scaloni del Vittoriano incredula, e mi preparo a godermi una mostra in compagnia di due americani per il primo pezzo e, solo verso la fine, altre due persone.

Spazio tutto per me, silenzio.
Opere dai colori intensi ed armoniosi, che ti prendono le budella e te le contorcono, con forme che escono fuori dalle tele e ti trascinano dentro, in quel tempo e in quella dimensione simbolica e non.

Materia, forma, sostanza, storia d'Italia e storia di un artista, di paesaggi reali e dell'anima.








Ecco, voglio ricordarmi che esistono vuoti incomprensibili, e folle che premiano le ossessioni.


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