Senza preliminari che resta?

Dico qualcosa di me sempre.
Non perché parlo, spesso anzi, quando non parlo.
Non sono l'unica, lo facciamo tutti.

Quando ignoro un ex fidanzato che riscrive dopo anni di silenzio come se il tempo non fosse passato e noi non fossimo intanto, fortunatamente cambiati. E sposati, con altri.

Quando ricevo una telefonata ed il mio tono è tranquillo, o arriva subito dopo una notizia che mi ha scombussolata, e sarebbe meglio non rispondere a nessuna telefonata.

Per riprendersi dentro e non dover dare spiegazioni fuori.
Perché l' altro ci percepisce inaccessibili, indisponibili, rifiutanti, inizia i suoi film di proiezione e noi invece siamo solo inebetiti, spaventati, intristiti, di fronte a una realtà che nulla ha a che vedere con la persona a cui rispondiamo ora.


Quando offro un servizio che non si vede, come tutti i servizi, la mia voce, la mia postura, la mano che porgo molle o decisa, veicola me, la mia cultura, la sensibilità, l'educazione.

Quello che io offro ha lo stesso nome di quello che offre un altro, a prescindere da come lo faccio io e come invece lo fa lui.
Perché un servizio sarà sempre inseparabile, intangibile, variabile.

Se è quello che offri, NON PUOI NON saperlo.
Devi rassicurare, tranquillizzare, continuamente mostrare e dimostrare, creare uno stile riconoscibile e difficile da copiare, ma accessibile da essere desiderabile e raggiungibile.

Quando la comunicazione avviene via web, le persone sono sempre più stanche e pigre.
C'è chi va a vedere chi sei, o magari no, spamma o copia le tue parole senza aver mai visto la tua faccia.
Chi se le prende e ci mette il nome suo.

Chi ci sbatte sui giornali chiamandoci abusivi, perché la fame e la paura ingrandiscono i mostri che ci portiamo dentro. Ci fa diventare cattivi, ci fa dimenticare da dove veniamo e perché abbiamo scelto una professione di aiuto.
Ci fa sentire- giustamente indignati- quando qualcuno si appropria di competenze che non ha, e prende uno spazio che pensavamo ci spettasse di diritto. per i soldi spesi in formazione, o per le notti passate sui libri, per le lacrime versate in  terapia personale e supervisione.

Allora ho cercato l'opportunità:
per permettere a tutti di metterci la faccia, di testimoniare quello che fanno con parole loro, di saper spiegare, di esprimersi in autenticità, con quello che sentono.
Senza copiare quello che dico io. Senza rubare le idee mie, posizioni di altri.
Senza indignarsi contro ma impegnandosi per qualcosa.

Presentare il lavoro che fai,  per tenerti pronto allenato, dovrebbe essere il biglietto da visita virtuale, quelle parole semplici che dicono senza svalutare te che le dici o a chi le dici.

Entrano in gioco paure, competizione, invidia, senso di superiorità ed inferiorità, tutto scatta in pochi istanti.

Come rispondo ad una richiesta dell'esterno? La considero una opportunità o una minaccia?
Mi sento di perdere qualcosa di me o di guadagnare? Mi sento di voler pretendere di più di ciò che mi è stato offerto o non so neanche riconoscerlo?


Ma il fatto è che se ti presenti, sia per mandare un cv, un inserzione, per rispondere ad una iniziativa di una collega che sai o non sai chi è (l'iniziativa è questa)
In questo mondo di whatsup e like su facebook abbiamo dimenticato i preliminari.

Non (solo) amorosi ma relazionali.
Quelle paroline magiche per farci accogliere e per accogliere, con quei gesti semplici eppure ormai antichi:
buongiorno.
grazie.


E mail inviate senza oggetto, soggetto, senza personalità.
Ciò che arriva è quasi solo una pretesa, un mi offri un passaggio in tram e me lo prendo.
Lo pretendo.
Dimenticando l'opportunità di fare rete, di presentarsi, di farsi notare al positivo.
Sarebbe tutto così semplice in questo mondo che risparmia addirittura sulle parole.

In questo mondo a cui non sappiamo spiegare cosa facciamo, a cui diciamo che ci occupiamo di relazione lasciando queste parole più vuote di un sacco mai riempito, farsi notare sarebbe così semplice:
attraverso la cortesia e l'educazione
.


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